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18 giugno 2026

IL LATO OSCURO DEI SOCIAL: LA GOGNA MEDIATICA E I LEONI DA TASTIERA

Cari lettori,

fermatevi un momento a pensare a cosa produce, ogni giorno, la gogna mediatica sui social network. Ormai le piattaforme sono popolate da una miriade di profili falsi: persone che non si identificano, che usano nickname anonimi per nascondere la propria reale identità. Il loro unico compito sembra essere quello di attaccare chiunque pubblichi qualcosa, con la presunzione di essere gli unici depositari della verità.

Questi "signori senza nome" sono lo specchio di una piccola fetta della nostra società che non sa come passare il tempo e che, in questo modo, dimostra solo la propria profonda ignoranza.

A questo proposito, voglio citare una frase del Vangelo che tutti dovremmo tenere a mente:

"Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te."

Mi chiedo se a queste persone farebbe piacere essere insultate e denigrate pubblicamente, a tal punto da essere spinte a gesti estremi. Ne parlo perché recentemente ho appreso la notizia della madre di Sempio, che ha tentato il suicidio proprio a causa di questi ignoranti che si permettono di emettere sentenze prima ancora di un tribunale.

L'esperienza in carcere e il peso del giudizio

Dal 2000 porto avanti progetti all'interno delle carceri. Se c'è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato, è che non spetta a me giudicare: è il tribunale che deve farlo, alla luce dei fatti. Io posso solo custodire me stesso e vigilare per non comportarmi come loro.

Purtroppo, la cronaca è piena di casi di ragazzi che, a causa del cyberbullismo sui social, hanno tentato il suicidio. Mi auguro di cuore che queste persone non debbano mai trovarsi a parti invertite, a subire ciò che seminano.

Ricordo ancora quando mi candidai alle elezioni politiche: gli insulti che ricevetti su Facebook da perfetti sconosciuti furono tantissimi. Questo mi ha convinto di una cosa: certe condotte vanno denunciate e a questi individui andrebbe vietato l'accesso a qualsiasi social network esistente al mondo.

Una scelta di campo: coltivare il bene

Per quanto mi riguarda, cari lettori, mi sono preso un impegno concreto: usare i social per trasmettere il bene, non il male. Smettiamola di riempire questo mondo di cattiveria. Non siamo stati creati per distruggerci, ma per far crescere il rispetto e l'amore tra di noi. Chi semina questo odio ingiustificato è un'anomalia del sistema e va totalmente emarginato da una società che vuole davvero fare il bene.

Grazie per avermi letto. Alla prossima!

Marco

13 giugno 2026

DOVE STA ANDANDO L'UMANITA'? RIFLESSIONI SUL DOLORE E SULLA PACE

 


Cari lettori,

tante volte mi stupisco della fantasia – e purtroppo della crudeltà – umana. Non dovrei, essendo ormai di una certa età. Eppure continuo a guardare questo mondo, spesso privo di rispetto per chiunque, con profondo sconcerto.

Pochi giorni fa, il 5 giugno, un bambino di soli sette mesi è stato ucciso dall'esercito israeliano in Cisgiordania. Il racconto del padre dice che si erano fermati al posto di blocco; la versione dell'esercito, invece, sostiene che l'auto avesse accelerato. Il risultato, tragico e immutabile, è che hanno sparato, colpendo a morte il bambino.

Mi chiedo: dove sta andando questa umanità? Non si può continuamente tacere davanti a simili fatti.

L'immobilismo della politica e i giochi di potere

I politici non fanno nulla perché, dietro a tutto questo, si muovono i fili dei poteri economici. Si susseguono riunioni su riunioni, vertici su vertici, senza mai arrivare a una conclusione concreta o a una presa di posizione netta. Basta guardare l'Italia: un panorama politico che osserva da lontano, senza esprimere un fermo rifiuto di fronte a questi orrori.

Mi domando spesso: se fosse il figlio di uno di questi potenti – di coloro che decidono della vita e della morte degli esseri umani – a subire una simile sorte, ne sarebbero felici? Non oso nemmeno immaginare la sofferenza straziante di quei genitori che vedono uccidere il proprio figlio sotto i loro occhi.

La terra di Gesù e l'illusione della "cosa giusta"

Parliamo della terra dove Gesù è nato ed è stato ucciso, da chi pensava, allora come oggi, di fare la cosa giusta. È proprio questo il nocciolo di tutto: l'illusione di agire per il bene. Si pensa di fare la cosa giusta eliminando i terroristi, ma nel frattempo muoiono migliaia e migliaia di civili innocenti.

Come si può andare a dormire la sera senza pensare che le proprie mani sono sporche di sangue?

Il Vangelo dice: "Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi". Coloro che decidono di fare la guerra e di uccidere, sarebbero d'accordo se venisse fatto a loro lo stesso trattamento? Se non coltiviamo semi di pace nel nostro cuore, continueremo a distruggere la nostra stessa umanità, convinti paradossalmente di fare del bene.

Scegliere il bene, ogni giorno

C'è troppa cattiveria in questo mondo, e a volte sembra schiacciare quel poco di buono che tanti esseri umani, ogni giorno, si impegnano a vivere. Cosa porta questa cattiveria? Solo tristezza, sofferenza e odio.

Noi siamo nati per amare, non per uccidere. Per questo vi invito a continuare, ogni giorno, nel nostro piccolo, a seminare il bene. Sarà anche solo una goccia nel mare, ma non dobbiamo smettere mai. Altrimenti, il male vincerà.

Grazie per avermi letto. Alla prossima.

21 aprile 2026

FATE AGLI ALTRI QUELLO CHE VORRESTE FOSSE FATTO A VOI

 


Cari lettori, eccoci alla nostra riflessione settimanale. Guardando a ciò che sta accadendo nel mondo, mi chiedo se la frase "fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi" trovi ancora posto nel cuore degli uomini, specialmente in quelli che guidano le nazioni.

Pensate ai genitori in Libano, a Gaza o in ogni altro luogo dove la guerra è ormai di casa: chi mai vorrebbe che il proprio figlio fosse ucciso da una bomba? Se mi chiedo cosa desidero io dagli altri, la risposta è semplice: non la guerra, ma il rispetto.

Nella Lettera di Paolo ai Filippesi leggiamo: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil. 2,4). È una frase breve, ma racchiude l’essenza del comportamento umano. Chiediamoci onestamente: nelle nostre azioni quotidiane, cerchiamo il bene comune o solo il nostro tornaconto? Mettere l'interesse dell'altro al primo posto significa essere attenti ai suoi bisogni.

Troppo spesso, invece, prevalgono la carriera, i soldi o il riconoscimento sociale. Siamo diventati maestri nel camuffare l’interesse personale, facendolo passare per un bene collettivo. È un'esperienza dolorosa accorgersi di essere stati usati da chi agisce con questo cinismo; sono ferite che toccano il profondo e che ci obbligano a fare delle scelte drastiche su chi frequentare.

In questo mondo esiste chi agisce per donarsi e chi agisce solo per se stesso. Noi da che parte vogliamo stare?

Alla prossima, cari lettori.

07 aprile 2026

COSTRUIRE MONDI DI PACE NEL NOSTRO PICCOLO

 


File audio clicca su link 


https://drive.google.com/file/d/1xz0My3VpHc3wBa5m8dj3XgYOt1hlkeau/view?usp=drivesdk


Cari lettori, oggi vorrei invitarvi a riflettere sulla situazione che stiamo vivendo. Se proviamo a fare un’analisi di ciò che accade nel mondo ormai da diversi anni, balza all'occhio una realtà amara: alcuni dei "potenti della Terra" pensano ancora di risolvere le controversie attraverso la guerra.

Il peso della storia

Se torniamo indietro nel tempo e analizziamo i conflitti che hanno segnato la storia — a partire dall'ultima Guerra Mondiale — sorge una domanda spontanea: qualcuna di queste guerre ha davvero risolto qualcosa?

La risposta è purtroppo sotto i nostri occhi. Questi conflitti hanno solo:

• Generato sofferenze inenarrabili;

• Creato povertà estrema;

• Lasciato ferite profonde che non sono guarite nemmeno dopo decenni.

Mi chiedo spesso perché si continui a pensare che dichiarare guerra sia la soluzione.

La guerra nella nostra quotidianità

Se ci pensate, anche nella nostra vita di tutti i giorni capita di provare l'impulso di "dichiarare guerra" a persone o realtà che non rispettano i nostri valori o la nostra educazione. Eppure, alla fine, decidiamo di non farlo. Perché? Perché comprendiamo che quel conflitto porterebbe solo dolore, a noi stessi e agli altri.

È davvero così difficile amare? Parliamo tanto di pace, ma siamo davvero disposti a metterla in pratica o preferiamo innalzare muri che separano?

Un esempio di speranza: l'ulivo che unisce

In questi giorni ho letto un articolo che mi ha colpito profondamente. Parlava di una cooperativa nei territori arabi dove donne ebree e palestinesi lavorano fianco a fianco. Insieme producono olio e altri prodotti derivati dall'ulivo.

Queste donne si sono scelte. Hanno scelto un ideale comune perché credono fermamente che convivere sia possibile. Sono la prova vivente che, se c'è la volontà, si può abbattere ogni barriera. È solo questione di scelta.

Conclusione

Dobbiamo costruire mondi di pace nel nostro piccolo, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Solo così potremo seminare speranza in un campo che oggi sembra arido e segnato dalla morte. Non perdiamo mai l’occasione di avviare percorsi di pace.

Se ognuno di noi si impegna personalmente, un giorno ci saranno molti più esempi di fraternità che di guerra.

Grazie per avermi letto. Alla prossima settimana!

Marco


24 marzo 2026

Il bene è un seme che non smette mai di crescere

 

File audio clicca sul link


Cari lettori,

voglio raccontarvi due episodi che mi sono capitati la scorsa settimana. Sono storie semplici,

ma che fanno riflettere su come fare del bene lasci segni indelebili nel cuore di chi lo riceve,

anche quando noi ce ne dimentichiamo.

Il primo incontro: un ricordo lungo dieci anni

Giovedì 19 marzo 2026

ero al Cottolengo per festeggiare il compleanno di una suora che compiva la bellezza di

94 anni.

Mentre ero lì con lei e due volontarie, si avvicina una signora che mi aveva notato all’ingresso del

padiglione e mi chiede se può salutarmi. Accetto volentieri, anche se non avevo idea di chi fosse.

Mi racconta allora un fatto avvenuto 10 o 11 anni fa a Paratissima.

Con l’Associazione Outsider ODV

partecipavamo a un evento in collina durante la settimana dell’arte. Io ero allo stand quando lei arrivò

insieme al figlio adolescente, Gianni, un ragazzo con qualche difficoltà. Ricorda che io chiesi a Gianni

se avesse voglia di restare con me ad aiutarmi; lui accettò felice e la mamma poté proseguire la visita in

tranquillità.

Io, onestamente, non ricordavo affatto l'episodio. In quel momento stavo solo facendo ciò che mi

sembrava naturale, senza pensare di compiere un "atto di bene". Eppure, quella madre non aveva mai

dimenticato quel gesto e voleva ringraziarmi dopo tutto questo tempo. Il bene fatto non svanisce: resta

custodito nella memoria di chi lo riceve.

Il secondo incontro: la Provvidenza allo sportello

Il secondo episodio è successo sabato e mi conferma che la Provvidenza

non smette mai di stupire. Dovevo andare in posta per ritirare una raccomandata. Mi sono messo in coda,

ho preso il mio numero e ho aspettato il mio turno.

Quando vengo chiamato allo sportello, l'impiegata guarda il mio documento, alza gli occhi e mi sorride:

“Come va?”

. Non mettevo piede in quell'ufficio da ben quattro anni! Mi sono tornati in mente i mesi dopo l'uscita

dal Cottolengo: andavo lì per pagare affitto e bollette con il reddito di cittadinanza.

In quel periodo difficile, io e quella signora avevamo parlato spesso della mia situazione precaria;

lei mi incoraggiava a non mollare, dicendomi che prima o poi le risposte sarebbero arrivate. Le avevo

anche regalato un mio libro. A distanza di quattro anni, lei si ricordava ancora di me.


Una riflessione per voi

Tutto questo mi ha fatto pensare: quando semini il bene, prima o poi quel seme torna a portarti gioia.

Anche se sul momento sembra non succedere nulla, nel cuore di chi riceve un gesto gentile cresce un

albero di vita, e tu ne sei l'autore.

Facciamo il bene ogni volta che possiamo. Non cerchiamo di risparmiarci, ma doniamo con gioia.

Alla prossima settimana, Marco











17 marzo 2026

Il valore del racconto: perché dirsi le cose è un atto d’amore

 


File audio clicca sul link 


https://drive.google.com/file/d/1oC6HnHz5fWQkeV5kVnnAYbl7HO9wyj3H/view?usp=drivesdk


Carissimi lettori, grazie di cuore a tutti coloro che in queste settimane mi stanno seguendo con affetto.

Oggi vorrei condividere con voi l'emozione provata guardando un film bellissimo: “Il bene comune”,

 diretto e interpretato da un magistrale Rocco Papaleo. Devo dire che Papaleo si conferma un grande

 regista, capace di affrontare temi complessi — dalla solidarietà alla bellezza della natura — con una

 sensibilità rara.

Ma c’è un tema in particolare che mi ha colpito e che sento il bisogno di approfondire con voi: l'arte

 del raccontare.

Raccontare o tacere?

Oggi siamo immersi nel rumore, eppure paradossalmente facciamo fatica a raccontarci davvero. 

Spesso restiamo in silenzio, oppure, quando parliamo, tendiamo a dire cose non del tutto vere, 

filtrando la realtà.

Il racconto, invece, ha un valore immenso nella vita di relazione: tra amici, coniugi, fratelli o compagni.

 Immaginate una coppia o due amici che, a fine giornata, si sentono e uno dice all'altro: “Raccontami:

 com’è andata oggi? Cosa ti è successo?”

Il racconto come atto di fiducia

Perché raccontare le nostre storie è così importante? Quale atteggiamento nasce in questo scambio?

La risposta è semplice quanto potente: la fiducia. Nel momento in cui mi confido con un’altra persona

— che sia un legame affettivo stretto o meno — sto compiendo un atto di fede. Mi fido del fatto che

 l’altro non mi tradirà, che custodirà le mie parole e non le userà contro di me. In questo senso,

  raccontare è un atto d’amore reciproco tra chi parla e chi ascolta.

Una memoria da custodire

Pensate per un attimo ai nostri genitori: se non ci avessero mai raccontato nulla di loro o del nostro

 passato, che memoria avremmo della nostra vita? Attraverso le loro parole portiamo dentro di noi

 un’eredità preziosa.

Ogni volta che qualcuno si apre con noi, ci sta facendo un regalo che dovremmo custodire nel cuore

 come la cosa più preziosa. Dovremmo riscoprire la bellezza di donare la nostra vita a chi amiamo

 attraverso le parole, avendo il coraggio di narrare anche i nostri sbagli, certi di non essere giudicati da

 chi ci vuole bene.

Il mio invito per voi oggi è questo: raccontiamo. Doniamo pezzi della nostra vita a chi amiamo. È un

 gesto piccolo, ma capace di rendere il mondo un posto migliore.

Grazie per avermi letto e alla prossima settimana!

Se ti piace questa rubrica, condividila con i tuoi amici: mi aiuterai a far crescere questa piccola

 comunità.

Un abbraccio, Marco

Oltre lo schermo: Riflessioni sul dolore, la guerra e il grido di Gerusalemme

  Cari lettori, oggi sono stato al cinema per vedere un documentario — intitolato Naza — che scava nel cuore oscuro dei meccanismi con cui ...