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27 maggio 2026

IL PERDONO CHE GUARISCE: LA BELLISSIMA LETTERA DI DAVIDE SIMONE CAVALLO AI SUOI AGGRESSORI

 


Cari lettori, la settimana scorsa vi avevo raccontato la storia di Davide Simone Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un gruppo di coetanei una sera di qualche tempo fa. Un'aggressione brutale che, purtroppo, gli ha provocato non pochi e seri problemi di salute.

Oggi torniamo a parlare di lui perché Davide ha compiuto un gesto straordinario: in tribunale, durante il processo, ha teso le braccia e ha abbracciato i suoi aggressori.

Un gesto che lascia senza parole e che ci spinge a riflettere profondamente sul valore immenso che questo ragazzo sta comunicando ai suoi coetanei e a tutti noi. Non c'è rabbia nelle sue parole, ma una grandissima lezione di vita.

Davide ha voluto mettere nero su bianco i suoi pensieri in una bellissima lettera. Per questioni di diritti editoriali e di stampa non posso pubblicare il testo nella sua interezza, ma ci tenevo a condividere con voi alcuni dei passaggi più toccanti ed evocativi. Sono solo stralci perché io non posso pubblicare per intero la lettera. Al termine dell'articolo vi metterò il link per poterla leggere. 

A volte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce.

Leggi la lettera integrale

Come vi anticipavo, non è possibile riportare tutto il documento in questa pagina. Vi invito però a non perdere nemmeno una parola di questa storia: trovate gli ampi stralci e il testo completo direttamente sul sito partner.

👉«Ho quasi perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti» (avvenire.it)

Alla prossima. 

07 aprile 2026

COSTRUIRE MONDI DI PACE NEL NOSTRO PICCOLO

 


File audio clicca su link 


https://drive.google.com/file/d/1xz0My3VpHc3wBa5m8dj3XgYOt1hlkeau/view?usp=drivesdk


Cari lettori, oggi vorrei invitarvi a riflettere sulla situazione che stiamo vivendo. Se proviamo a fare un’analisi di ciò che accade nel mondo ormai da diversi anni, balza all'occhio una realtà amara: alcuni dei "potenti della Terra" pensano ancora di risolvere le controversie attraverso la guerra.

Il peso della storia

Se torniamo indietro nel tempo e analizziamo i conflitti che hanno segnato la storia — a partire dall'ultima Guerra Mondiale — sorge una domanda spontanea: qualcuna di queste guerre ha davvero risolto qualcosa?

La risposta è purtroppo sotto i nostri occhi. Questi conflitti hanno solo:

• Generato sofferenze inenarrabili;

• Creato povertà estrema;

• Lasciato ferite profonde che non sono guarite nemmeno dopo decenni.

Mi chiedo spesso perché si continui a pensare che dichiarare guerra sia la soluzione.

La guerra nella nostra quotidianità

Se ci pensate, anche nella nostra vita di tutti i giorni capita di provare l'impulso di "dichiarare guerra" a persone o realtà che non rispettano i nostri valori o la nostra educazione. Eppure, alla fine, decidiamo di non farlo. Perché? Perché comprendiamo che quel conflitto porterebbe solo dolore, a noi stessi e agli altri.

È davvero così difficile amare? Parliamo tanto di pace, ma siamo davvero disposti a metterla in pratica o preferiamo innalzare muri che separano?

Un esempio di speranza: l'ulivo che unisce

In questi giorni ho letto un articolo che mi ha colpito profondamente. Parlava di una cooperativa nei territori arabi dove donne ebree e palestinesi lavorano fianco a fianco. Insieme producono olio e altri prodotti derivati dall'ulivo.

Queste donne si sono scelte. Hanno scelto un ideale comune perché credono fermamente che convivere sia possibile. Sono la prova vivente che, se c'è la volontà, si può abbattere ogni barriera. È solo questione di scelta.

Conclusione

Dobbiamo costruire mondi di pace nel nostro piccolo, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Solo così potremo seminare speranza in un campo che oggi sembra arido e segnato dalla morte. Non perdiamo mai l’occasione di avviare percorsi di pace.

Se ognuno di noi si impegna personalmente, un giorno ci saranno molti più esempi di fraternità che di guerra.

Grazie per avermi letto. Alla prossima settimana!

Marco


Oltre lo schermo: Riflessioni sul dolore, la guerra e il grido di Gerusalemme

  Cari lettori, oggi sono stato al cinema per vedere un documentario — intitolato Naza — che scava nel cuore oscuro dei meccanismi con cui ...