13 giugno 2026

DOVE STA ANDANDO L'UMANITA'? RIFLESSIONI SUL DOLORE E SULLA PACE

 


Cari lettori,

tante volte mi stupisco della fantasia – e purtroppo della crudeltà – umana. Non dovrei, essendo ormai di una certa età. Eppure continuo a guardare questo mondo, spesso privo di rispetto per chiunque, con profondo sconcerto.

Pochi giorni fa, il 5 giugno, un bambino di soli sette mesi è stato ucciso dall'esercito israeliano in Cisgiordania. Il racconto del padre dice che si erano fermati al posto di blocco; la versione dell'esercito, invece, sostiene che l'auto avesse accelerato. Il risultato, tragico e immutabile, è che hanno sparato, colpendo a morte il bambino.

Mi chiedo: dove sta andando questa umanità? Non si può continuamente tacere davanti a simili fatti.

L'immobilismo della politica e i giochi di potere

I politici non fanno nulla perché, dietro a tutto questo, si muovono i fili dei poteri economici. Si susseguono riunioni su riunioni, vertici su vertici, senza mai arrivare a una conclusione concreta o a una presa di posizione netta. Basta guardare l'Italia: un panorama politico che osserva da lontano, senza esprimere un fermo rifiuto di fronte a questi orrori.

Mi domando spesso: se fosse il figlio di uno di questi potenti – di coloro che decidono della vita e della morte degli esseri umani – a subire una simile sorte, ne sarebbero felici? Non oso nemmeno immaginare la sofferenza straziante di quei genitori che vedono uccidere il proprio figlio sotto i loro occhi.

La terra di Gesù e l'illusione della "cosa giusta"

Parliamo della terra dove Gesù è nato ed è stato ucciso, da chi pensava, allora come oggi, di fare la cosa giusta. È proprio questo il nocciolo di tutto: l'illusione di agire per il bene. Si pensa di fare la cosa giusta eliminando i terroristi, ma nel frattempo muoiono migliaia e migliaia di civili innocenti.

Come si può andare a dormire la sera senza pensare che le proprie mani sono sporche di sangue?

Il Vangelo dice: "Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi". Coloro che decidono di fare la guerra e di uccidere, sarebbero d'accordo se venisse fatto a loro lo stesso trattamento? Se non coltiviamo semi di pace nel nostro cuore, continueremo a distruggere la nostra stessa umanità, convinti paradossalmente di fare del bene.

Scegliere il bene, ogni giorno

C'è troppa cattiveria in questo mondo, e a volte sembra schiacciare quel poco di buono che tanti esseri umani, ogni giorno, si impegnano a vivere. Cosa porta questa cattiveria? Solo tristezza, sofferenza e odio.

Noi siamo nati per amare, non per uccidere. Per questo vi invito a continuare, ogni giorno, nel nostro piccolo, a seminare il bene. Sarà anche solo una goccia nel mare, ma non dobbiamo smettere mai. Altrimenti, il male vincerà.

Grazie per avermi letto. Alla prossima.

10 giugno 2026

IL PREZZO NASCOSTO NEL NOSTRO CARRELLO: UNA RIFLESSIONE SUL CAPORALATO

Cari lettori,

vi è capitato di pensare, in questi giorni, al tema del caporalato di cui si parla così tanto? Avrete sicuramente sentito i recenti fatti di cronaca: da Milano a Reggio Calabria, assistiamo a barbarie inaccettabili contro persone sfruttate e non pagate.

Di fronte a tutto questo, mi chiedo come facciano i proprietari terrieri ad andare a dormire la sera, sapendo di non essere stati giusti e onesti. Il guadagno disonesto non può avere vita lunga.

Il nodo dei controlli: mancano i fondi o la volontà?

Ascoltando i giornali radio in questi giorni, emerge spesso che i controlli vengono fatti, ma che manca il personale ispettivo. E qui sorge spontanea una domanda: com'è possibile che non ci siano abbastanza risorse per verifiche così importanti? Mancano i soldi? Per una situazione di tale gravità, credo che i fondi debbano essere trovati. Sappiamo benissimo che lo sfruttamento della manodopera è una realtà radicata, sia nelle campagne che nelle aziende.

Quella spesa al supermercato che ci rende complici

Questo pensiero mi accompagna anche quando vado al supermercato. Mi fermo a guardare la frutta e la verdura e rifletto sul fatto che, spesso, quel prodotto costa poco solo perché chi lo ha raccolto non è stato pagato dignitosamente. Da tempo sostengo che chi coltiva la terra debba ricevere il giusto compenso, senza essere sottopagato.

Ciò mi ha portato a una dura consapevolezza: rischiamo di essere complici di questo sistema ogni volta che acquistiamo alimenti frutti dello sfruttamento.

Cosa possiamo fare concretamente?

Qualcuno potrebbe giustamente chiedermi: “Ma come si fa ad avere la certezza di cosa stiamo acquistando?”. Le alternative ci sono:

  • Acquistare direttamente dalle aziende agricole locali, dove è possibile vedere con i propri occhi come stanno le cose.

  • Scegliere catene di supermercati che garantiscono filiere etiche e trasparenti (e spesso lo si capisce anche da un prezzo più equo e realistico).

Noi consumatori abbiamo un grande potere: possiamo fare la differenza attraverso le nostre scelte quotidiane. Fare la scelta giusta non fa bene solo a noi stessi, ma assicura il benessere e la dignità degli altri.

Per questo motivo, da qualche mese ho scelto di investire nel cibo: non solo per la mia salute, ma per sostenere attivamente chi si impegna ogni giorno a produrre qualcosa di buono e pulito.

E voi cosa ne pensate? Siete attenti alla provenienza di ciò che mettete nel carrello?

Alla prossima, e grazie per avermi letto!

03 giugno 2026

IL GREMBIULE DELLA POLITICA: PERCHE' HO DECISO DI NON RICANDIDARMI



Carissimi lettori,

vi siete mai chiesti perché, quando ci sono le elezioni politiche, registriamo un astensionismo così alto? Una percentuale che ormai supera stabilmente il 50%. Cosa ne pensate, oggi, della politica?

Nel 2021 ho accettato di candidarmi per il Consiglio Comunale di Torino e per il Consiglio della Circoscrizione 2. Ero entrato a far parte di una lista civica perché credevo che, mettendomi in gioco, avrei avuto la possibilità di fare del bene. Il prossimo anno scadrà il mio mandato e ho deciso che non mi candiderò più. Questi anni, trascorsi tra commissioni e consigli, sono stati per me fonte di grande sofferenza. Questa non è la politica che avevo in testa.

Vorrei spiegarvi qual è la mia idea di politico, e per farlo parto da una citazione di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Un uomo che considero un santo, uno di quegli esseri umani che, quando li incontri, emanano l'amore di Dio anche senza parlare. Lui diceva che chi ricopre un incarico istituzionale dovrebbe "mettersi il grembiule" e chinarsi per lavare i piedi al prossimo.

L'umiltà e la dignità: i due pilastri traditi

In questa immagine vedo due aspetti fondamentali:

  • Il chinarsi: è un atto di profonda umiltà. Attenzione, perché l'umiltà indica la vera grandezza di una persona. Significa non guardare l'altro dall'alto in basso, ma dal basso verso l'alto — proprio come guardiamo i poveri seduti per strada quando chiedono l'elemosina.

  • Il lavare i piedi: nel concetto cristiano, questo gesto significa farsi prossimo per restituire dignità all'altro.

Per me, chiunque entri in politica dovrebbe incarnare queste due dimensioni: l'umiltà e lo spirito di servizio.

Ritenete che oggi, all'interno delle istituzioni, ci siano soggetti che vivono la politica in questo modo?

La risposta, come si suol dire, si vede dai frutti: l'albero buono si riconosce da ciò che produce. La verità la troviamo nelle azioni, che non dovrebbero mai essere fini a se stesse, ma rivolte agli ultimi, a coloro che hanno davvero bisogno di aiuto.

L'arte di saper ascoltare

E poi c'è il tema dell'ascolto. Guardate le immagini che arrivano dalla Camera e dal Senato: vi sembrano persone che sanno ascoltare? Qualcuno ci sarà sicuramente, ma la maggior parte non ne è capace, perché ascoltare significa mettersi in discussione. Fare politica richiede tempo, ma richiede soprattutto di essere servi del popolo. Un politico serve non si fa servire. 

Questo è ciò che mi ha messo in crisi in questi anni: guardare dall'interno la realtà che frequentavo ogni giorno e cercare di capire se ci fossero ancora questi valori. Io ero un esordiente, non avevo una lunga storia alle spalle come altri; mi sono ritrovato a camminare da solo, cercando di capire come non essere usato e strumentalizzato per fini personali.

Un invito per il futuro

Se vogliamo una società migliore, dobbiamo avere il coraggio di fare scelte diverse. Come elettori, non dobbiamo scegliere di pancia, ma di testa, premiando chi sa ancora mettersi in ginocchio per servire il popolo.

Cosa ne pensate? Vi siete mai sentiti delusi dalla politica al punto da non andare a votare, o credete ci sia ancora speranza? Scrivetelo nei commenti.

Alla prossima, e grazie di avermi letto.

01 giugno 2026

COSA SIGNIFICA DAVVERO "ESSERE CONSAPEVOLI"? UNA RIFLESSIONE OLTRE LA CRONACA

 



Cari lettori, oggi voglio parlarvi del tema della consapevolezza.

Ci siamo mai chiesti che cosa significhi davvero essere consapevoli? Se cerchiamo in rete questa parola, la definizione ufficiale ci dice che:

"La consapevolezza è la capacità di percepire, sentire o sapere qualcosa che sta accadendo dentro o intorno a noi. È la presa di coscienza di sé, degli altri e dell’ambiente circostante, che ci permette di agire in modo intenzionale e responsabile."

In poche parole, è la percezione di ciò che sentiamo, utile a orientare le nostre azioni di fronte agli eventi della vita. Provate a pensare, ciascuno di voi: quante volte avete avuto la piena consapevolezza della realtà?

Facciamo un esempio concreto. Vi trovate per strada e assistete a un incidente; in quel preciso istante, percepite immediatamente se la situazione è grave oppure no. Questa percezione non arriva solo dal nostro cervello, ma è profondamente legata alla nostra esperienza di vita e a chi ci ha educati a distinguere il bene dal male, il pericolo dalla sicurezza.

Quando la consapevolezza si perde: il dramma della cronaca

Perché vi faccio questo discorso? Perché troppo spesso ascoltiamo alla radio o in televisione notizie che ci sconvolgono. Penso, ad esempio, alla tragedia della bambina di soli due anni morta a causa delle torture dei genitori, entrambi tossicodipendenti. Vi chiedo: queste due persone avevano la consapevolezza di ciò che stavano facendo?

Certamente no. Non potevano averla, perché la loro percezione della realtà era completamente alterata — sia dal loro vissuto personale, sia dalle sostanze che assumevano. E qui sorge spontanea una domanda: si possono lasciare dei figli in mano a genitori in queste condizioni? La risposta è un "no" assoluto.

I nodi al pettine: i Servizi Sociali e la burocrazia

Ma la riflessione deve andare oltre. Viene da chiedersi: dove erano i servizi sociali? Dai notiziari è emerso che c'era già stata una segnalazione. Com'è possibile che nessuno si sia accorto in tempo della situazione in cui vivevano quei bambini?

Questo dramma mette a nudo i limiti del sistema italiano dei servizi sociali. Un sistema tutt'altro che impeccabile, in cui spesso si interviene solo dopo che è accaduto l'irreparabile. Quando le persone vengono trattate come semplici "fascicoli" e non come esseri umani, il rischio è che quella carta rimanga ferma su un tavolo, sepolta da altre priorità.

Il problema, lo sappiamo, è anche la cronica carenza di personale. Non si investe abbastanza in questo settore. Si preferisce, a livello globale, finanziare le armi e i conflitti — che si traducono in una fabbrica di soldi — piuttosto che investire nel sociale, una realtà in cui lo Stato deve spendere senza un ritorno economico immediato, se non il benessere dei propri cittadini.

Un appello alla politica (e un esame di coscienza)

Qui mi rivolgo direttamente al mondo politico, di cui purtroppo — o per fortuna — farò parte ancora per poco. Quanto investe davvero la politica in queste tutele, e quanto in altro?

Credo che la classe politica dovrebbe fare un profondo esame di coscienza (e forse persino un "pellegrinaggio purificatore") per non aver preso a cuore queste problematiche con la dovuta urgenza. È fin troppo facile fare commenti di circostanza a tragedia avvenuta, per poi dimenticarsene il giorno dopo.

La concretezza, invece, è l'unico vero segno di un impegno di servizio verso i cittadini.

Alla prossima e grazie, come sempre, per avermi letto.

27 maggio 2026

IL PERDONO CHE GUARISCE: LA BELLISSIMA LETTERA DI DAVIDE SIMONE CAVALLO AI SUOI AGGRESSORI

 


Cari lettori, la settimana scorsa vi avevo raccontato la storia di Davide Simone Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un gruppo di coetanei una sera di qualche tempo fa. Un'aggressione brutale che, purtroppo, gli ha provocato non pochi e seri problemi di salute.

Oggi torniamo a parlare di lui perché Davide ha compiuto un gesto straordinario: in tribunale, durante il processo, ha teso le braccia e ha abbracciato i suoi aggressori.

Un gesto che lascia senza parole e che ci spinge a riflettere profondamente sul valore immenso che questo ragazzo sta comunicando ai suoi coetanei e a tutti noi. Non c'è rabbia nelle sue parole, ma una grandissima lezione di vita.

Davide ha voluto mettere nero su bianco i suoi pensieri in una bellissima lettera. Per questioni di diritti editoriali e di stampa non posso pubblicare il testo nella sua interezza, ma ci tenevo a condividere con voi alcuni dei passaggi più toccanti ed evocativi. Sono solo stralci perché io non posso pubblicare per intero la lettera. Al termine dell'articolo vi metterò il link per poterla leggere. 

A volte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce.

Leggi la lettera integrale

Come vi anticipavo, non è possibile riportare tutto il documento in questa pagina. Vi invito però a non perdere nemmeno una parola di questa storia: trovate gli ampi stralci e il testo completo direttamente sul sito partner.

👉«Ho quasi perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti» (avvenire.it)

Alla prossima. 

21 maggio 2026

UN ABBRACCIO DI RINASCITA









Cari lettori,
oggi vorrei raccontarvi una storia che va oltre la semplice cronaca, una storia che ci parla di Davide Simone Cavallo. Il 12 ottobre del 2025 fu vittima di un grave pestaggio da parte di 5 ragazzi che volevano rubargli 50 euro. L'aggressione, culminata con un accoltellamento, gli ha procurato lesioni permanenti.
Uno dei suoi aggressori, Alessandro Chiani, è stato condannato con rito abbreviato a 20 anni di carcere. Ma il momento che voglio sottolineare è avvenuto in aula. Prima della camera di consiglio, Davide si è avvicinato ai suoi due imputati e ha chiesto al giudice di potersi avvicinare per abbracciarli. I tre hanno parlato a lungo, e anche se non sappiamo cosa si siano detti, voglio fermarmi su quel gesto: Davide li ha abbracciati e ha parlato con loro prima ancora che la condanna venisse emessa. Ragazzi della sua stessa età, o più piccoli.
Devo ammettere che questo gesto mi ha profondamente colpito. Dopo essere stato ferito e aver subito un male così grave per soli 50 euro, tu vai e li abbracci. Vorrei che questo esempio arrivasse a tanti leader politici che oggi pensano di risolvere i problemi con la guerra e la violenza, uccidendo migliaia di persone. Davide ha messo da parte il rancore e la rabbia, facendo capire a quei due ragazzi che la vita non è odio e violenza, ma avere il coraggio di ripartire.
Grazie Davide, per la tua meravigliosa testimonianza di rinascita. I giornali spesso non riportano la verità, o come si suol dire, "fa più rumore un albero che cade che uno che cresce". Ma con quel gesto hai seminato nel cuore di quei ragazzi l'idea che la vita può cambiare e che dipende da noi. Spero che tanti ragazzi seguano il tuo esempio, compiendo gesti d'amore per cambiare questo mondo marcio di odio.
Alla prossima Marco. 

15 maggio 2026

L'aborto dell'umanità: quando il dolore supera il confine delle stanze del potere

 




Cari lettori, qualche sera fa, guardando un servizio in televisione, i miei occhi si sono fermati su un’immagine che non mi darà pace per molto tempo: un padre che stringeva tra le braccia il corpo senza vita di suo figlio, vittima dei bombardamenti.

Quell'uomo non urlava; aveva gli occhi lucidi e lo sguardo perso, mentre teneva stretto a sé ciò che restava del frutto di un amore immenso. In quel momento, nel silenzio della mia stanza, ho compreso una verità brutale: la guerra è il fallimento dell'umanità.

La distanza tra il potere e il dolore

Mi chiedo, con una rabbia intrisa di profonda tristezza: come possiamo permettere che pochi individui, protetti al sicuro nelle loro stanze, decidano di spezzare migliaia di vite in nome di un ideale o di un confine?

Chi decide le sorti dei conflitti sembra non percepire minimamente il peso dell’agonia che sta per generare. Spesso, noi stessi non riusciamo nemmeno a immaginare l'abisso in cui sprofonda chi perde tutto sotto le macerie. La guerra non è una strategia politica; è carne che si lacera, è il futuro che viene sepolto prima ancora di nascere.

Il cambiamento parte dal "piccolo"

Se vogliamo che questo massacro finisca, non possiamo aspettare che la soluzione arrivi dagli stessi uffici in cui si firmano le dichiarazioni di guerra. Il cambiamento deve iniziare da noi, nella nostra quotidianità.

Dobbiamo chiederci:

  • Come gestiamo il conflitto nelle nostre vite?

  • Siamo davvero capaci di empatia verso chi è diverso da noi?

  • Sappiamo ancora riconoscere la sacralità della vita?

Solo rigenerando il nostro modo di stare al mondo, con gentilezza e rispetto, potremo sperare di dare vita a una realtà nuova, dove l'abbraccio di un padre non sia più l'estremo saluto a un figlio, ma una promessa di futuro.

Vi auguro una giornata di riflessione e di pace.

03 maggio 2026

Il corpo e la mente non si ammalano separatamente




Cliccando nel link qui sotto potete chiedermi la parte audio da ascoltare. Cliccando sul link mi verrà richiesto di autorizzarvi abbiate solo un attimo di pazienza, altrimenti inviatemi un messaggio personale e vi invierò direttamente l'audio. Tutto questo perché è un problema tecnico caricare l'audio sul blog. Grazie della pazienza Marco. Ecco il link: 

https://drive.google.com/file/d/12BOl9nqMXlFUSz9_kL_m0myoG8grfVCb/view?usp=drive_link


"Il corpo e la mente non si ammalano separatamente, così come nel paziente non si ammalano solo il suo stomaco, fegato, polmone o cuore, ma si ammala tutto il suo essere unitariamente..."

Cari lettori, nella mia ultima riflessione vi ho parlato dell'importanza del "terreno". Oggi voglio approfondire questo concetto partendo dalle parole di Tomás Pablo Paschero, uno dei più grandi maestri dell'omeopatia mondiale insieme a Hahnemann.

Noi siamo un'unità, non un insieme di "pezzi"

La riflessione di Paschero è profonda e attualissima: quando ci ammaliamo, non è mai un singolo organo a soffrire isolatamente. Che si tratti del cuore, del fegato o dei reni, quel sintomo è solo l'evidenza locale di un malessere che coinvolge tutto il nostro essere. Siamo un’unità indissolubile, non un assemblaggio di parti separate.

Purtroppo, la medicina moderna tende spesso alla frammentazione. Mentre un tempo il medico di base aveva una visione d'insieme grazie alla visita clinica, oggi veniamo spesso inviati da uno specialista all'altro. Questo approccio rischia di "lottizzare" il nostro corpo, perdendo di vista il nucleo profondo in cui corpo e psiche si fondono.

La cura del "Terreno": Prevenire è meglio che curare

Se immaginiamo il nostro corpo come un terreno agricolo, dobbiamo capire che esso non è diviso in lotti indipendenti. Se la mente soffre, il corpo ne risente, e viceversa. Per questo, davanti a un sintomo, non possiamo limitarci a "spegnerlo", ma dobbiamo interrogarci su cosa ci sia realmente dietro.

La vera sfida, però, è la cura del terreno prima che compaia la patologia. Dobbiamo evitare che questo terreno venga inquinato. Fermiamoci un istante a riflettere su ciò che immettiamo nel nostro organismo ogni giorno:

  • L'aria che respiriamo: Vi siete mai chiesti quale sia la qualità dell'ossigeno che alimenta le nostre cellule a ogni respiro?

  • Il cibo che mangiamo: Siamo consapevoli di ciò che acquistiamo? Spesso le grandi industrie ci offrono prodotti ultra-processati senza curarsi dell'impatto a lungo termine sulla nostra salute.

Investire su se stessi: una scelta di consapevolezza

Il nostro terreno viene messo alla prova quotidianamente. Su alcuni fattori ambientali non abbiamo controllo, ma su molti altri la scelta dipende da noi.

Vogliamoci bene e investiamo oggi sulla nostra salute. È un atto di responsabilità: se trascuriamo il nostro terreno adesso, prima o poi il corpo ci presenterà il conto. Prendersi cura di sé non è un lusso, è un atto di amore quotidiano verso la vita stessa.


Ti sei mai fermato a riflettere su quale parte del tuo "terreno" ha più bisogno di cure in questo momento? Raccontamelo nei commenti.

Note e Bibliografia

¹ Tomás Pablo Paschero - dalle sue lezioni presso la LUIMO. Tratto da: “Adele Alma Rodriguez - Una vita per l’omeopatia”, a cura di Carlo Melodia, Ed. CeMON Napoli, 2023.




Il coraggio di parlare e la cura di sé: siamo "terreni" preziosi

 

Cari lettori e amici,

capita spesso di fermarmi a riflettere su questa vita che, ogni giorno, ci riserva meraviglie e dolori profondi. Non so se succeda anche a voi: ascoltate un radiogiornale, guardate il TG o sfogliate un quotidiano e, alla fine, vi sentite smarriti. Io mi ritrovo con tante domande, cercando di dare un senso a certi comportamenti umani che sembrano non averne.

Quando leggiamo di tragedie familiari o di gesti estremi, pensate alla madre che si getta con i suoi bambini, al femminicidio. La domanda sorge spontanea: cosa accade nella mente di una persona per spingerla a tanto?

Questi fatti ci ricordano quanto siamo fragili e quanto abbiamo bisogno di cure, specialmente nei momenti bui. Troppo spesso teniamo dentro il dolore o una difficoltà, senza il coraggio di confidarci con un amico o con chi amiamo. Ma siamo nati per comunicare, non per tacere. Il silenzio è prezioso, ma il "tacere" è un peso che ci logora. Dobbiamo trovare il coraggio di esprimere il nostro disagio e cercare insieme una soluzione per tornare a stare bene.

La mia ricerca di benessere mi ha portato lontano. Dal 1997 ho scelto di curarmi con l’omeopatia: dopo vent'anni di cortisone e antistaminici per una grave allergia, il mio fegato era allo stremo e senza risultati. Decisi di parlarne con una persona che mi consigliò questo nuovo percorso. In questi trent'anni di cura omeopatica, ho scoperto il concetto del "terreno".

Noi siamo come un terreno di cui dobbiamo prenderci cura costantemente. Ma di questo vi parlerò nel prossimo post.

Grazie per avermi letto.


21 aprile 2026

FATE AGLI ALTRI QUELLO CHE VORRESTE FOSSE FATTO A VOI

 


Cari lettori, eccoci alla nostra riflessione settimanale. Guardando a ciò che sta accadendo nel mondo, mi chiedo se la frase "fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi" trovi ancora posto nel cuore degli uomini, specialmente in quelli che guidano le nazioni.

Pensate ai genitori in Libano, a Gaza o in ogni altro luogo dove la guerra è ormai di casa: chi mai vorrebbe che il proprio figlio fosse ucciso da una bomba? Se mi chiedo cosa desidero io dagli altri, la risposta è semplice: non la guerra, ma il rispetto.

Nella Lettera di Paolo ai Filippesi leggiamo: «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil. 2,4). È una frase breve, ma racchiude l’essenza del comportamento umano. Chiediamoci onestamente: nelle nostre azioni quotidiane, cerchiamo il bene comune o solo il nostro tornaconto? Mettere l'interesse dell'altro al primo posto significa essere attenti ai suoi bisogni.

Troppo spesso, invece, prevalgono la carriera, i soldi o il riconoscimento sociale. Siamo diventati maestri nel camuffare l’interesse personale, facendolo passare per un bene collettivo. È un'esperienza dolorosa accorgersi di essere stati usati da chi agisce con questo cinismo; sono ferite che toccano il profondo e che ci obbligano a fare delle scelte drastiche su chi frequentare.

In questo mondo esiste chi agisce per donarsi e chi agisce solo per se stesso. Noi da che parte vogliamo stare?

Alla prossima, cari lettori.

14 aprile 2026

La radice dei nostri bisogni: perché scegliamo il bene o il male?

 




File audio clicca sul link 


https://drive.google.com/file/d/1C8uY4r4hqD6yVuGvUnsLTRiCVXqtcw56/view?usp=drivesdk


Cari lettori, oggi voglio parlarvi del bisogno. Il bisogno è una forza che portiamo dentro e che, costantemente, ci orienta verso determinate scelte. Se ci pensiamo, la nostra giornata è costellata di necessità: fame, sete, il desiderio di rilassarsi, di scrivere, di dormire... potrei andare avanti all’infinito.

Ma voglio porvi una domanda: i bisogni sono tutti buoni? Oppure esistono bisogni "negativi"?

Pensiamo a esempi estremi: il bisogno di uccidere, o quello di imbrattare un muro con scarabocchi che nulla hanno a che fare con l'arte. Esistono impulsi che si discostano dalla normalità. Perché alcune persone provano bisogni che generano solo male? Potremmo persino includere la guerra tra questi. È un bisogno? Purtroppo sì, lo è per qualcuno.

Da dove nascono questi bisogni?

Le radici possono essere molteplici: educative, sociali, culturali. Perché nella società convivono persone spinte dal desiderio di aiutare il prossimo e altre che mirano solo alla distruzione dell'altro?

Trovare una risposta non è semplice, ma vorrei offrirvi uno spunto di riflessione partendo dalle basi. Cosa vi hanno insegnato i vostri genitori quando eravate piccoli? Se sono stati modelli positivi, vi avranno trasmesso i loro bisogni: essere onesti, aiutare gli altri, rispettare la comunità.

L'esempio comincia da casa

Il primo esempio si riceve tra le mura domestiche. Spesso sento genitori difendere i figli a oltranza: "Mio figlio non è come dicono". A quei genitori vorrei dire: ponetevi una domanda, che tipo di esempio siete stati per lui? Non dobbiamo mai scaricare la responsabilità sugli altri.

Nella società odierna, tutti noi — dalla famiglia alla scuola, dai gruppi di aggregazione ai contesti sociali — abbiamo il dovere di essere un esempio per i più giovani. Dobbiamo dimostrare che l’altro va rispettato, non calpestato, deriso o ucciso.

Se ognuno di noi si prende cura della piccola piantina che sta crescendo, essa diventerà un grande albero dove molti potranno trovare ristoro.

Conclusione

Il bisogno sano nasce da un’educazione fondata su principi puliti, non sulla minaccia o sulla prevaricazione. Ogni volta che un uomo uccide un altro uomo, assistiamo al fallimento dell’umanità. Non siamo stati creati per distruggere, ma per prenderci cura l'uno dell'altro.

Alla prossima, Marco

07 aprile 2026

COSTRUIRE MONDI DI PACE NEL NOSTRO PICCOLO

 


File audio clicca su link 


https://drive.google.com/file/d/1xz0My3VpHc3wBa5m8dj3XgYOt1hlkeau/view?usp=drivesdk


Cari lettori, oggi vorrei invitarvi a riflettere sulla situazione che stiamo vivendo. Se proviamo a fare un’analisi di ciò che accade nel mondo ormai da diversi anni, balza all'occhio una realtà amara: alcuni dei "potenti della Terra" pensano ancora di risolvere le controversie attraverso la guerra.

Il peso della storia

Se torniamo indietro nel tempo e analizziamo i conflitti che hanno segnato la storia — a partire dall'ultima Guerra Mondiale — sorge una domanda spontanea: qualcuna di queste guerre ha davvero risolto qualcosa?

La risposta è purtroppo sotto i nostri occhi. Questi conflitti hanno solo:

• Generato sofferenze inenarrabili;

• Creato povertà estrema;

• Lasciato ferite profonde che non sono guarite nemmeno dopo decenni.

Mi chiedo spesso perché si continui a pensare che dichiarare guerra sia la soluzione.

La guerra nella nostra quotidianità

Se ci pensate, anche nella nostra vita di tutti i giorni capita di provare l'impulso di "dichiarare guerra" a persone o realtà che non rispettano i nostri valori o la nostra educazione. Eppure, alla fine, decidiamo di non farlo. Perché? Perché comprendiamo che quel conflitto porterebbe solo dolore, a noi stessi e agli altri.

È davvero così difficile amare? Parliamo tanto di pace, ma siamo davvero disposti a metterla in pratica o preferiamo innalzare muri che separano?

Un esempio di speranza: l'ulivo che unisce

In questi giorni ho letto un articolo che mi ha colpito profondamente. Parlava di una cooperativa nei territori arabi dove donne ebree e palestinesi lavorano fianco a fianco. Insieme producono olio e altri prodotti derivati dall'ulivo.

Queste donne si sono scelte. Hanno scelto un ideale comune perché credono fermamente che convivere sia possibile. Sono la prova vivente che, se c'è la volontà, si può abbattere ogni barriera. È solo questione di scelta.

Conclusione

Dobbiamo costruire mondi di pace nel nostro piccolo, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Solo così potremo seminare speranza in un campo che oggi sembra arido e segnato dalla morte. Non perdiamo mai l’occasione di avviare percorsi di pace.

Se ognuno di noi si impegna personalmente, un giorno ci saranno molti più esempi di fraternità che di guerra.

Grazie per avermi letto. Alla prossima settimana!

Marco


31 marzo 2026

L'AMORE CHE SCANDALIZZA

 


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Cari lettori, eccomi alla condivisione settimanale del mio vagare nella vita. Siamo in questa Settimana Santa che torna ogni anno, eppure ha sempre qualcosa di nuovo da dirci.

Resto sempre più scandalizzato dalla vita di Gesù: il Suo amore è immenso, ma non tollera l’ipocrisia dei farisei e la condanna apertamente. Mi scandalizza anche il fatto che, nella mia quotidianità, io non riesca ad amare come Lui. Lui muore per amore, dando la Sua vita per salvare la nostra; eppure, gran parte dell’umanità ha dimenticato questo sacrificio, scegliendo l'egoismo e ignorando chi è nel bisogno.

Provate a immaginare se noi avessimo il coraggio di amare fino a quel punto. Vi dico la verità: ci sono giorni in cui prenderei a sberle alcune persone per il loro comportamento. Poi mi fermo e mi dico che devo amare, se voglio davvero aiutare l’altro a compiere un cambiamento. Qualcuno potrebbe chiedermi come si fa. Come Marco, da solo, non potrei mai farcela; non ne sarei capace. Allora chiudo gli occhi e chiedo a Lui di amare attraverso di me, di usarmi per voler bene anche a quella persona che mi sta "sulle palle".

Mi accorgo che poi le nuvole svaniscono e sento dentro un sentimento diverso: un amore che non è mio, ma Suo. È un esercizio che devo fare tante volte al giorno, perché altrimenti rischio di farmi del male di fronte alla cattiveria, alla mancanza di valori e di rispetto che dilaga per le strade. Oggi sembra che non siamo più esseri umani creati per amare, ma per farci la guerra. Guardate cosa accade in giro: ragazzi che accoltellano i professori, stragi nelle scuole, uomini che uccidono "per amore", persone che si fanno giustizia da sole. Vi sembra un mondo dove l’amore vince? No.

Quando Gesù morì su quella croce, sembrava che l’amore fosse stato sconfitto dalla gelosia e dalla rivalità umana. Ma dopo tre giorni Lui vince, portando una vita così nuova che i primi cristiani affrontavano il martirio cantando. Morivano per amore di chi faceva loro del male. Questo mi scandalizza, ma ringrazio di aver conosciuto questo "scandalo" e di sperimentare ogni giorno il Suo amore. Non abbiate paura, cari lettori: è una forza incredibile. Lasciatevi conquistare.

Vi auguro una Pasqua d’amore. Un abbraccio, vostro Marco.

24 marzo 2026

Il bene è un seme che non smette mai di crescere

 

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Cari lettori,

voglio raccontarvi due episodi che mi sono capitati la scorsa settimana. Sono storie semplici,

ma che fanno riflettere su come fare del bene lasci segni indelebili nel cuore di chi lo riceve,

anche quando noi ce ne dimentichiamo.

Il primo incontro: un ricordo lungo dieci anni

Giovedì 19 marzo 2026

ero al Cottolengo per festeggiare il compleanno di una suora che compiva la bellezza di

94 anni.

Mentre ero lì con lei e due volontarie, si avvicina una signora che mi aveva notato all’ingresso del

padiglione e mi chiede se può salutarmi. Accetto volentieri, anche se non avevo idea di chi fosse.

Mi racconta allora un fatto avvenuto 10 o 11 anni fa a Paratissima.

Con l’Associazione Outsider ODV

partecipavamo a un evento in collina durante la settimana dell’arte. Io ero allo stand quando lei arrivò

insieme al figlio adolescente, Gianni, un ragazzo con qualche difficoltà. Ricorda che io chiesi a Gianni

se avesse voglia di restare con me ad aiutarmi; lui accettò felice e la mamma poté proseguire la visita in

tranquillità.

Io, onestamente, non ricordavo affatto l'episodio. In quel momento stavo solo facendo ciò che mi

sembrava naturale, senza pensare di compiere un "atto di bene". Eppure, quella madre non aveva mai

dimenticato quel gesto e voleva ringraziarmi dopo tutto questo tempo. Il bene fatto non svanisce: resta

custodito nella memoria di chi lo riceve.

Il secondo incontro: la Provvidenza allo sportello

Il secondo episodio è successo sabato e mi conferma che la Provvidenza

non smette mai di stupire. Dovevo andare in posta per ritirare una raccomandata. Mi sono messo in coda,

ho preso il mio numero e ho aspettato il mio turno.

Quando vengo chiamato allo sportello, l'impiegata guarda il mio documento, alza gli occhi e mi sorride:

“Come va?”

. Non mettevo piede in quell'ufficio da ben quattro anni! Mi sono tornati in mente i mesi dopo l'uscita

dal Cottolengo: andavo lì per pagare affitto e bollette con il reddito di cittadinanza.

In quel periodo difficile, io e quella signora avevamo parlato spesso della mia situazione precaria;

lei mi incoraggiava a non mollare, dicendomi che prima o poi le risposte sarebbero arrivate. Le avevo

anche regalato un mio libro. A distanza di quattro anni, lei si ricordava ancora di me.


Una riflessione per voi

Tutto questo mi ha fatto pensare: quando semini il bene, prima o poi quel seme torna a portarti gioia.

Anche se sul momento sembra non succedere nulla, nel cuore di chi riceve un gesto gentile cresce un

albero di vita, e tu ne sei l'autore.

Facciamo il bene ogni volta che possiamo. Non cerchiamo di risparmiarci, ma doniamo con gioia.

Alla prossima settimana, Marco











17 marzo 2026

Il valore del racconto: perché dirsi le cose è un atto d’amore

 


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https://drive.google.com/file/d/1oC6HnHz5fWQkeV5kVnnAYbl7HO9wyj3H/view?usp=drivesdk


Carissimi lettori, grazie di cuore a tutti coloro che in queste settimane mi stanno seguendo con affetto.

Oggi vorrei condividere con voi l'emozione provata guardando un film bellissimo: “Il bene comune”,

 diretto e interpretato da un magistrale Rocco Papaleo. Devo dire che Papaleo si conferma un grande

 regista, capace di affrontare temi complessi — dalla solidarietà alla bellezza della natura — con una

 sensibilità rara.

Ma c’è un tema in particolare che mi ha colpito e che sento il bisogno di approfondire con voi: l'arte

 del raccontare.

Raccontare o tacere?

Oggi siamo immersi nel rumore, eppure paradossalmente facciamo fatica a raccontarci davvero. 

Spesso restiamo in silenzio, oppure, quando parliamo, tendiamo a dire cose non del tutto vere, 

filtrando la realtà.

Il racconto, invece, ha un valore immenso nella vita di relazione: tra amici, coniugi, fratelli o compagni.

 Immaginate una coppia o due amici che, a fine giornata, si sentono e uno dice all'altro: “Raccontami:

 com’è andata oggi? Cosa ti è successo?”

Il racconto come atto di fiducia

Perché raccontare le nostre storie è così importante? Quale atteggiamento nasce in questo scambio?

La risposta è semplice quanto potente: la fiducia. Nel momento in cui mi confido con un’altra persona

— che sia un legame affettivo stretto o meno — sto compiendo un atto di fede. Mi fido del fatto che

 l’altro non mi tradirà, che custodirà le mie parole e non le userà contro di me. In questo senso,

  raccontare è un atto d’amore reciproco tra chi parla e chi ascolta.

Una memoria da custodire

Pensate per un attimo ai nostri genitori: se non ci avessero mai raccontato nulla di loro o del nostro

 passato, che memoria avremmo della nostra vita? Attraverso le loro parole portiamo dentro di noi

 un’eredità preziosa.

Ogni volta che qualcuno si apre con noi, ci sta facendo un regalo che dovremmo custodire nel cuore

 come la cosa più preziosa. Dovremmo riscoprire la bellezza di donare la nostra vita a chi amiamo

 attraverso le parole, avendo il coraggio di narrare anche i nostri sbagli, certi di non essere giudicati da

 chi ci vuole bene.

Il mio invito per voi oggi è questo: raccontiamo. Doniamo pezzi della nostra vita a chi amiamo. È un

 gesto piccolo, ma capace di rendere il mondo un posto migliore.

Grazie per avermi letto e alla prossima settimana!

Se ti piace questa rubrica, condividila con i tuoi amici: mi aiuterai a far crescere questa piccola

 comunità.

Un abbraccio, Marco

DOVE STA ANDANDO L'UMANITA'? RIFLESSIONI SUL DOLORE E SULLA PACE

  Cari lettori, tante volte mi stupisco della fantasia – e purtroppo della crudeltà – umana. Non dovrei, essendo ormai di una certa età. Epp...