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10 giugno 2026

IL PREZZO NASCOSTO NEL NOSTRO CARRELLO: UNA RIFLESSIONE SUL CAPORALATO

Cari lettori,

vi è capitato di pensare, in questi giorni, al tema del caporalato di cui si parla così tanto? Avrete sicuramente sentito i recenti fatti di cronaca: da Milano a Reggio Calabria, assistiamo a barbarie inaccettabili contro persone sfruttate e non pagate.

Di fronte a tutto questo, mi chiedo come facciano i proprietari terrieri ad andare a dormire la sera, sapendo di non essere stati giusti e onesti. Il guadagno disonesto non può avere vita lunga.

Il nodo dei controlli: mancano i fondi o la volontà?

Ascoltando i giornali radio in questi giorni, emerge spesso che i controlli vengono fatti, ma che manca il personale ispettivo. E qui sorge spontanea una domanda: com'è possibile che non ci siano abbastanza risorse per verifiche così importanti? Mancano i soldi? Per una situazione di tale gravità, credo che i fondi debbano essere trovati. Sappiamo benissimo che lo sfruttamento della manodopera è una realtà radicata, sia nelle campagne che nelle aziende.

Quella spesa al supermercato che ci rende complici

Questo pensiero mi accompagna anche quando vado al supermercato. Mi fermo a guardare la frutta e la verdura e rifletto sul fatto che, spesso, quel prodotto costa poco solo perché chi lo ha raccolto non è stato pagato dignitosamente. Da tempo sostengo che chi coltiva la terra debba ricevere il giusto compenso, senza essere sottopagato.

Ciò mi ha portato a una dura consapevolezza: rischiamo di essere complici di questo sistema ogni volta che acquistiamo alimenti frutti dello sfruttamento.

Cosa possiamo fare concretamente?

Qualcuno potrebbe giustamente chiedermi: “Ma come si fa ad avere la certezza di cosa stiamo acquistando?”. Le alternative ci sono:

  • Acquistare direttamente dalle aziende agricole locali, dove è possibile vedere con i propri occhi come stanno le cose.

  • Scegliere catene di supermercati che garantiscono filiere etiche e trasparenti (e spesso lo si capisce anche da un prezzo più equo e realistico).

Noi consumatori abbiamo un grande potere: possiamo fare la differenza attraverso le nostre scelte quotidiane. Fare la scelta giusta non fa bene solo a noi stessi, ma assicura il benessere e la dignità degli altri.

Per questo motivo, da qualche mese ho scelto di investire nel cibo: non solo per la mia salute, ma per sostenere attivamente chi si impegna ogni giorno a produrre qualcosa di buono e pulito.

E voi cosa ne pensate? Siete attenti alla provenienza di ciò che mettete nel carrello?

Alla prossima, e grazie per avermi letto!

27 maggio 2026

IL PERDONO CHE GUARISCE: LA BELLISSIMA LETTERA DI DAVIDE SIMONE CAVALLO AI SUOI AGGRESSORI

 


Cari lettori, la settimana scorsa vi avevo raccontato la storia di Davide Simone Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un gruppo di coetanei una sera di qualche tempo fa. Un'aggressione brutale che, purtroppo, gli ha provocato non pochi e seri problemi di salute.

Oggi torniamo a parlare di lui perché Davide ha compiuto un gesto straordinario: in tribunale, durante il processo, ha teso le braccia e ha abbracciato i suoi aggressori.

Un gesto che lascia senza parole e che ci spinge a riflettere profondamente sul valore immenso che questo ragazzo sta comunicando ai suoi coetanei e a tutti noi. Non c'è rabbia nelle sue parole, ma una grandissima lezione di vita.

Davide ha voluto mettere nero su bianco i suoi pensieri in una bellissima lettera. Per questioni di diritti editoriali e di stampa non posso pubblicare il testo nella sua interezza, ma ci tenevo a condividere con voi alcuni dei passaggi più toccanti ed evocativi. Sono solo stralci perché io non posso pubblicare per intero la lettera. Al termine dell'articolo vi metterò il link per poterla leggere. 

A volte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce.

Leggi la lettera integrale

Come vi anticipavo, non è possibile riportare tutto il documento in questa pagina. Vi invito però a non perdere nemmeno una parola di questa storia: trovate gli ampi stralci e il testo completo direttamente sul sito partner.

👉«Ho quasi perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti» (avvenire.it)

Alla prossima. 

Oltre lo schermo: Riflessioni sul dolore, la guerra e il grido di Gerusalemme

  Cari lettori, oggi sono stato al cinema per vedere un documentario — intitolato Naza — che scava nel cuore oscuro dei meccanismi con cui ...