17 settembre 2026

LA MEDICINA SENZA GUERRA: RECENSIONE DEL LIBRO DI PAOLO GRECO



Cari lettori, oggi vi voglio parlare di un libro speciale: "La medicina senza guerra" di Paolo Greco.

Paolo è un mio caro amico e ci conosciamo dal lontano 1997. All'epoca arrivai da lui disperato: soffrivo di un asma allergico che non ero riuscito a risolvere con vent'anni di cortisone, antistaminici e più di quattro anni di vaccini specifici. Sentivo che il mio corpo era semplicemente stanco di tutte quelle medicine. Lui, con dei "semplici granuli" di Sulfur, nel giro di poco tempo mi liberò dall'asma e dalla rinite, che di solito mi tormentavano da marzo fino a settembre. Insieme a lui, anni fa, creammo anche i primi incontri con i pazienti per far conoscere la filosofia e la pratica dell'omeopatia. Poi, per scelte di vita differenti, le nostre strade si erano divise e non ci eravamo più sentiti.

Il ritorno dell'allergia e la conoscenza della terapia del terreno 

Quando ci siamo ritrovati nel pieno della pandemia, la mia dottoressa di base mi chiese le mie intenzioni riguardo ai vaccini anti-Covid. Le risposi che, avendo un passato di forte allergia, non intendevo vaccinarmi. Mi mandò a fare gli esami specifici e il test per l'allergia risultò fuori scala, superando il limite di ben 4000 punti.

Venni così indirizzato a un'allergologa dell'ospedale Martini, che mi prescrisse un calvario di visite ed esami durato due mesi, conclusosi con la prescrizione di una cura a base di cortisone e antistaminico — terapia che rifiutai categoricamente fin dal principio. Nel bel mezzo di questo percorso mi presi anche il Covid, e così decisi di chiamare Paolo per chiedergli aiuto. Devo dire che mi rimise in sesto senza problemi.

Fissai un appuntamento nel suo studio e fu allora che mi parlò per la prima volta della cura del terreno. Questa novità mi colpì profondamente. Fu in quell'occasione che lessi la prima stesura del suo libro, "La medicina senza guerra". Era già scritto bene, ma si percepiva che mancava ancora un tassello. Così Paolo ha deciso di riprenderlo in mano, arricchirlo e ripubblicarlo con una casa editrice.

Che cosa c'è dentro il libro?

Il messaggio centrale che Paolo vuole trasmettere è chiaro e rivoluzionario: la medicina non è una guerra da combattere contro la malattia, ma un percorso da vivere per ritrovare l'equilibrio.

Nel libro viene spiegato a fondo cosa causa la malattia e quali sono i veri fattori che portano l'individuo ad ammalarsi, richiamando la grande lezione di Samuel Hahnemann, il fondatore dell'omeopatia, il quale ci ha insegnato che l'organismo non va violentato ma compreso nella sua forza vitale. Come amava ripetere il grande maestro argentino Tomás Pablo Paschero, illustre continuatore di questo pensiero:

"Non esiste la malattia, ma esiste il malato."

Paolo spiega che non bisogna limitarsi a tagliare i rami secchi o a curare la parte superficiale della pianta. Nel testo utilizza un'immagine molto efficace: quella di un dito che schiaccia un ramo impedendogli di crescere liberamente. Quello che emerge con forza è che bisogna partire dal terreno: se il terreno è malato, i frutti che l'albero produrrà saranno marci e deboli.

Riprendendo le intuizioni di Hahnemann sulle malattie croniche e sulla costituzione profonda dell'uomo, il libro ci ricorda che, come scriveva lo stesso Hahnemann nell'Organon, il compito più alto della medicina è "guarire il malato, ristabilendo la sua salute globale" e non semplicemente far scomparire in modo fittizio i singoli sintomi.

Nuovi orizzonti per la cura della persona

La domanda a cui il libro risponde è: che cosa possiamo fare affinché la pianta della nostra vita cresca sana e rigogliosa? Paolo affronta temi fondamentali come:

  • L'alimentazione, evidenziando la necessità di passare da un ambiente corporeo acido a uno alcalino.

  • La gestione dell'inquinamento, inteso sia in senso fisico (ciò che respiriamo e introduciamo nel corpo) sia psicologico ed emozionale.

Il libro accompagna il lettore verso la consapevolezza che la malattia non va repressa eliminando i sintomi, ma compresa e accompagnata verso la guarigione autentica.

È un'opera che apre nuovi orizzonti nella cura della persona, pur affondando le sue radici nella grande tradizione di medici illuminati del passato che avevano già intuito la vera natura della sofferenza umana.

Vi consiglio caldamente di acquistarlo e leggerlo, perché merita davvero.

Alla prossima,

Marco



 

IL PARADOSSO DELLA PROVVIDENZA: QUANDO LA CARITA' AZEINDALE SPEGNE IL FUOCO DELLO SPIRITO


Cari lettori, in questi giorni ho fatto una riflessione inerente al tema della provvidenza. Ho passato la mia vita, ben 38 anni, in un Istituto dove il tema della Provvidenza era di casa: il Cottolengo. Per me sarà sempre un padre che mi ha insegnato ad amare i più poveri e a credere nella Provvidenza.
Oggi, però, guarderebbe con preoccupazione certi discorsi che compaiono sui giornali, con affermazioni da parte di alcuni religiosi secondo cui la carità debba essere fatta esclusivamente con i soldi dell'ente pubblico. Oggi molte istituzioni religiose, per stare in piedi, bussano continuamente alla porta delle amministrazioni per farsi aiutare.
Come mai si è finiti in questa situazione?
Tanti ordini religiosi si sono ritrovati con enormi strutture che, a causa del calo delle vocazioni, hanno dovuto abbandonare. Passi davanti a certi edifici imponenti e ti chiedi il perché di tanta desertificazione. Il carisma è creativo, e per poter creare deve essere alimentato non dalla bramosia del denaro, ma dall'amore viscerale verso Dio. A tal proposito, San Giovanni Bosco amava ricordare ai suoi:
«Confidate in Dio solo e vedrete che cosa è la Provvidenza».
Quando invece senti la lamentela di un religioso a capo di un'opera che dà la colpa all'ente pubblico se non paga il giusto o paga in ritardo, ti accorgi di quanto ci si sia allontanati da questa certezza. Lo stesso San Giuseppe Benedetto Cottolengo diceva chiaramente che nel momento in cui si accumula il denaro necessario per mantenersi, la Provvidenza viene meno.
La Provvidenza agisce quando trova uomini e donne che con la loro fede sanno spostare le montagne. Se questi stessi uomini e donne, invece di credere, si affidano primariamente alle risorse umane che arrivano dalle tasse dei contribuenti, come si può ancora chiamarla Provvidenza?
Il rischio odierno per la Chiesa è di avere religiosi e preti che assomigliano a manager con l'abito talare. Costoro non sono diversi dai dirigenti di un'azienda qualsiasi; hanno soltanto in più la capacità di citare il Vangelo. Come ci ricorda Gesù nel Discorso della Montagna:
«Guardate i gigli del campo, come crescono: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà assai più per voi, o gente di poca fede?» (Matteo 6, 28-30)
Del resto, come ci insegnava Santa Teresa di Gesù:
«Chi ha Dio non manca di nulla; solo Dio basta».
Essere figli della Provvidenza significa non fare affari sottobanco con la politica per garantirsi il mantenimento. Se oggi la gente si allontana dalle chiese, spesso è proprio perché mancano testimoni credibili dell'amore, persone che credano davvero in quel Dio che si prende cura dei bisogni quotidiani.
Io la Provvidenza la tocco ogni giorno con mano, perché in tutti questi oltre quarant'anni l'ho sperimentata concretamente ogni volta che ne ho avuto bisogno. Ringrazio il buon Dio per quello che ogni giorno mi dona per testimoniare il Vangelo alle genti.
Alla prossima, Marco

800 anni con San Francesco: riscoprire il Cantico delle Creature per salvare la nostra "madre terra"

  "Altissimo, onnipotente, buon Signore, tue sono le lodi, la gloria, l'onore e ogni benedizione..." Caro San Francesco, quest...