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17 settembre 2026

IL PARADOSSO DELLA PROVVIDENZA: QUANDO LA CARITA' AZEINDALE SPEGNE IL FUOCO DELLO SPIRITO


Cari lettori, in questi giorni ho fatto una riflessione inerente al tema della provvidenza. Ho passato la mia vita, ben 38 anni, in un Istituto dove il tema della Provvidenza era di casa: il Cottolengo. Per me sarà sempre un padre che mi ha insegnato ad amare i più poveri e a credere nella Provvidenza.
Oggi, però, guarderebbe con preoccupazione certi discorsi che compaiono sui giornali, con affermazioni da parte di alcuni religiosi secondo cui la carità debba essere fatta esclusivamente con i soldi dell'ente pubblico. Oggi molte istituzioni religiose, per stare in piedi, bussano continuamente alla porta delle amministrazioni per farsi aiutare.
Come mai si è finiti in questa situazione?
Tanti ordini religiosi si sono ritrovati con enormi strutture che, a causa del calo delle vocazioni, hanno dovuto abbandonare. Passi davanti a certi edifici imponenti e ti chiedi il perché di tanta desertificazione. Il carisma è creativo, e per poter creare deve essere alimentato non dalla bramosia del denaro, ma dall'amore viscerale verso Dio. A tal proposito, San Giovanni Bosco amava ricordare ai suoi:
«Confidate in Dio solo e vedrete che cosa è la Provvidenza».
Quando invece senti la lamentela di un religioso a capo di un'opera che dà la colpa all'ente pubblico se non paga il giusto o paga in ritardo, ti accorgi di quanto ci si sia allontanati da questa certezza. Lo stesso San Giuseppe Benedetto Cottolengo diceva chiaramente che nel momento in cui si accumula il denaro necessario per mantenersi, la Provvidenza viene meno.
La Provvidenza agisce quando trova uomini e donne che con la loro fede sanno spostare le montagne. Se questi stessi uomini e donne, invece di credere, si affidano primariamente alle risorse umane che arrivano dalle tasse dei contribuenti, come si può ancora chiamarla Provvidenza?
Il rischio odierno per la Chiesa è di avere religiosi e preti che assomigliano a manager con l'abito talare. Costoro non sono diversi dai dirigenti di un'azienda qualsiasi; hanno soltanto in più la capacità di citare il Vangelo. Come ci ricorda Gesù nel Discorso della Montagna:
«Guardate i gigli del campo, come crescono: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neppure Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà assai più per voi, o gente di poca fede?» (Matteo 6, 28-30)
Del resto, come ci insegnava Santa Teresa di Gesù:
«Chi ha Dio non manca di nulla; solo Dio basta».
Essere figli della Provvidenza significa non fare affari sottobanco con la politica per garantirsi il mantenimento. Se oggi la gente si allontana dalle chiese, spesso è proprio perché mancano testimoni credibili dell'amore, persone che credano davvero in quel Dio che si prende cura dei bisogni quotidiani.
Io la Provvidenza la tocco ogni giorno con mano, perché in tutti questi oltre quarant'anni l'ho sperimentata concretamente ogni volta che ne ho avuto bisogno. Ringrazio il buon Dio per quello che ogni giorno mi dona per testimoniare il Vangelo alle genti.
Alla prossima, Marco

06 agosto 2026

OLTRE IL 9,1%: LA FORZA SILENZIOSA DEL VOLONTARIATO E LA RICERCA DEL SENSO

 


Cari lettori,

un grazie di cuore a tutti voi: in questi giorni il nostro blog ha superato le 2.000 visualizzazioni!

Guardando o ascoltando i telegiornali, mi stupisco sempre di come oramai ci venga mostrato solo ciò che si vuole farci credere. Raramente tra le notizie trovano spazio quelle storie belle che accadono tutti i giorni, nascoste nell'ombra: storie di persone che, nel silenzio e senza fare troppo rumore, portano avanti il bene per gli altri.

E credetemi, queste persone sono davvero tante.

I dati ci dicono che il 9,1% della popolazione italiana sopra i 15 anni — cioè circa 4.700.000 persone — fa volontariato. Viene da chiedersi: e il restante 90% degli italiani che cosa fa? Chi sono coloro che non fanno volontariato?

Quel 9,1% è forse composto dai "più fessi"? Assolutamente no. Sono semplicemente coloro che hanno avuto il coraggio di porsi una domanda fondamentale: "Che cosa posso fare io per gli altri?". Per trovare una risposta, spesso occorre cercare dentro quei grandi contenitori di umanità che sono le associazioni.

Certo, è vero quello che si dice: qualcuno lo fa per riempire il tempo libero, qualcun altro magari per un ritorno personale. Ma la stragrande maggioranza di chi fa volontariato lo fa perché crede fermamente in una società migliore, meno egoista, dove l'individuo non pensa esclusivamente a se stesso. Come scriveva il poeta Rabindranath Tagore:

«Ho dormito e ho sognato che la vita era gioia. Mi sono svegliato e ho visto che la vita era servizio. Ho agito e ho scoperto che nel servizio c'era la gioia.»

Noi siamo nati per donarci, e nel momento in cui lo facciamo dobbiamo essere consapevoli di quanto sia grande la gratitudine legata a questo dono.

Faccio volontariato da quando avevo 17 anni e di persone che avevano scelto questa strada ne ho viste davvero tante. Con il tempo, ammetto che alcune mi hanno deluso: nel momento in cui arrivava la tempesta, non hanno avuto il coraggio di restare su quella barca e di lottare per i principi che avevano scelto, finendo per abbandonare la nave con scuse senza fondamento.

Ma fare volontariato significa esserci sempre. Significa non ergersi a giudici e non credere di possedere la verità assoluta quando non si conoscono i fatti. Il vero valore sta sempre in quel poco che ciascuno di noi offre; se ciò che ci circonda non si comporta in modo corretto, è un problema altrui, non nostro.

La vera domanda che dovremmo porci tutti, in fondo, è questa: faccio volontariato per un interesse personale o per la pura gratuità che mi spinge a donarmi?

Ricordando le parole di Madre Teresa di Calcutta:

«Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno.»

Grazie sempre per il vostro tempo e per la fedeltà con cui mi leggete. Mi fa sempre un enorme piacere ricevere i vostri pensieri e confrontarmi con voi: vi invito a scrivermi e a rispondere a questo post alla mia mail marcorizzonato@outlook.it.

Al prossimo articolo!

17 marzo 2026

Il valore del racconto: perché dirsi le cose è un atto d’amore

 


File audio clicca sul link 


https://drive.google.com/file/d/1oC6HnHz5fWQkeV5kVnnAYbl7HO9wyj3H/view?usp=drivesdk


Carissimi lettori, grazie di cuore a tutti coloro che in queste settimane mi stanno seguendo con affetto.

Oggi vorrei condividere con voi l'emozione provata guardando un film bellissimo: “Il bene comune”,

 diretto e interpretato da un magistrale Rocco Papaleo. Devo dire che Papaleo si conferma un grande

 regista, capace di affrontare temi complessi — dalla solidarietà alla bellezza della natura — con una

 sensibilità rara.

Ma c’è un tema in particolare che mi ha colpito e che sento il bisogno di approfondire con voi: l'arte

 del raccontare.

Raccontare o tacere?

Oggi siamo immersi nel rumore, eppure paradossalmente facciamo fatica a raccontarci davvero. 

Spesso restiamo in silenzio, oppure, quando parliamo, tendiamo a dire cose non del tutto vere, 

filtrando la realtà.

Il racconto, invece, ha un valore immenso nella vita di relazione: tra amici, coniugi, fratelli o compagni.

 Immaginate una coppia o due amici che, a fine giornata, si sentono e uno dice all'altro: “Raccontami:

 com’è andata oggi? Cosa ti è successo?”

Il racconto come atto di fiducia

Perché raccontare le nostre storie è così importante? Quale atteggiamento nasce in questo scambio?

La risposta è semplice quanto potente: la fiducia. Nel momento in cui mi confido con un’altra persona

— che sia un legame affettivo stretto o meno — sto compiendo un atto di fede. Mi fido del fatto che

 l’altro non mi tradirà, che custodirà le mie parole e non le userà contro di me. In questo senso,

  raccontare è un atto d’amore reciproco tra chi parla e chi ascolta.

Una memoria da custodire

Pensate per un attimo ai nostri genitori: se non ci avessero mai raccontato nulla di loro o del nostro

 passato, che memoria avremmo della nostra vita? Attraverso le loro parole portiamo dentro di noi

 un’eredità preziosa.

Ogni volta che qualcuno si apre con noi, ci sta facendo un regalo che dovremmo custodire nel cuore

 come la cosa più preziosa. Dovremmo riscoprire la bellezza di donare la nostra vita a chi amiamo

 attraverso le parole, avendo il coraggio di narrare anche i nostri sbagli, certi di non essere giudicati da

 chi ci vuole bene.

Il mio invito per voi oggi è questo: raccontiamo. Doniamo pezzi della nostra vita a chi amiamo. È un

 gesto piccolo, ma capace di rendere il mondo un posto migliore.

Grazie per avermi letto e alla prossima settimana!

Se ti piace questa rubrica, condividila con i tuoi amici: mi aiuterai a far crescere questa piccola

 comunità.

Un abbraccio, Marco

Oltre lo schermo: Riflessioni sul dolore, la guerra e il grido di Gerusalemme

  Cari lettori, oggi sono stato al cinema per vedere un documentario — intitolato Naza — che scava nel cuore oscuro dei meccanismi con cui ...