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10 settembre 2026

OLTRE LE MURADEL CARCERE: L'UMANITA' CHE SLAVA E L'ERRORE DI CHIUDERE LE PORTE ALL'INTEGRAZIONE

 


Cari lettori,

oggi ho letto sulla Stampa del 10 settembre 2026, nella cronaca di Torino, l'ennesima drammatica notizia: nel carcere della città un detenuto si è tolto la vita. Al contempo, i sindacati della Polizia Penitenziaria tornano a denunciare con forza le gravissime condizioni in cui versa la struttura.

La realtà del carcere Lorusso e Cutugno la conosco da vicino da ben 26 anni, grazie ai progetti di arte e reinserimento portati avanti sul campo. Purtroppo, da due anni a questa parte, come Associazione Outsider non abbiamo più la possibilità di varcare quella soglia: da parte della nuova amministrazione carceraria è venuta meno la volontà di sostenere le attività che per oltre vent'anni hanno rappresentato un punto di riferimento.

Sono convinto che le carceri siano destinate a peggiorare se non si ha l'umiltà di condividere un percorso comune. Per molti anni abbiamo collaborato con direttori straordinari, che hanno creduto con convinzione nelle nostre proposte. Successivamente si sono insediate direzioni con visioni differenti, che hanno scelto di non sostenere più l'integrazione attraverso i percorsi artistici: laboratori in cui le persone con disabilità e le persone in stato di detenzione camminavano e creavano insieme.

Se non riportiamo l'umanità all'interno di quegli ambienti, è praticamente impossibile parlare di effettivo recupero e reinserimento sociale. È fondamentale creare momenti di incontro e condivisione in cui chi è ristretto possa sperimentare relazioni autentiche con persone con disabilità, capaci di trasmettere semplicità, accoglienza e gioia di vivere.

Questo progetto, portato avanti per 24 anni e riconosciuto per il suo altissimo valore umanitario persino dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella — che mi ha nominato Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana —, ha dovuto fermare la sua corsa. La causa? La contrarietà di chi coordinava i servizi educativi del carcere di Torino all'idea che persone con disabilità potessero svolgere il ruolo di volontari all'interno di un laboratorio artistico in carcere.

Oggi ci chiediamo: cosa offre davvero il carcere? In che modo l'amministrazione penitenziaria può garantire dignità a un vero percorso di riabilitazione?

Tante volte basterebbe un minimo di umiltà per riconoscere che ciò che è stato costruito in 24 anni aveva un valore inestimabile, testimoniato in primis dalle stesse persone in detenzione e da chiunque abbia toccato con mano l'iniziativa. Purtroppo, la rigidità e la chiusura verso l'esterno portano solo a tristi risultati come quelli di oggi.

Alla prossima,

Marco

06 agosto 2026

OLTRE IL 9,1%: LA FORZA SILENZIOSA DEL VOLONTARIATO E LA RICERCA DEL SENSO

 


Cari lettori,

un grazie di cuore a tutti voi: in questi giorni il nostro blog ha superato le 2.000 visualizzazioni!

Guardando o ascoltando i telegiornali, mi stupisco sempre di come oramai ci venga mostrato solo ciò che si vuole farci credere. Raramente tra le notizie trovano spazio quelle storie belle che accadono tutti i giorni, nascoste nell'ombra: storie di persone che, nel silenzio e senza fare troppo rumore, portano avanti il bene per gli altri.

E credetemi, queste persone sono davvero tante.

I dati ci dicono che il 9,1% della popolazione italiana sopra i 15 anni — cioè circa 4.700.000 persone — fa volontariato. Viene da chiedersi: e il restante 90% degli italiani che cosa fa? Chi sono coloro che non fanno volontariato?

Quel 9,1% è forse composto dai "più fessi"? Assolutamente no. Sono semplicemente coloro che hanno avuto il coraggio di porsi una domanda fondamentale: "Che cosa posso fare io per gli altri?". Per trovare una risposta, spesso occorre cercare dentro quei grandi contenitori di umanità che sono le associazioni.

Certo, è vero quello che si dice: qualcuno lo fa per riempire il tempo libero, qualcun altro magari per un ritorno personale. Ma la stragrande maggioranza di chi fa volontariato lo fa perché crede fermamente in una società migliore, meno egoista, dove l'individuo non pensa esclusivamente a se stesso. Come scriveva il poeta Rabindranath Tagore:

«Ho dormito e ho sognato che la vita era gioia. Mi sono svegliato e ho visto che la vita era servizio. Ho agito e ho scoperto che nel servizio c'era la gioia.»

Noi siamo nati per donarci, e nel momento in cui lo facciamo dobbiamo essere consapevoli di quanto sia grande la gratitudine legata a questo dono.

Faccio volontariato da quando avevo 17 anni e di persone che avevano scelto questa strada ne ho viste davvero tante. Con il tempo, ammetto che alcune mi hanno deluso: nel momento in cui arrivava la tempesta, non hanno avuto il coraggio di restare su quella barca e di lottare per i principi che avevano scelto, finendo per abbandonare la nave con scuse senza fondamento.

Ma fare volontariato significa esserci sempre. Significa non ergersi a giudici e non credere di possedere la verità assoluta quando non si conoscono i fatti. Il vero valore sta sempre in quel poco che ciascuno di noi offre; se ciò che ci circonda non si comporta in modo corretto, è un problema altrui, non nostro.

La vera domanda che dovremmo porci tutti, in fondo, è questa: faccio volontariato per un interesse personale o per la pura gratuità che mi spinge a donarmi?

Ricordando le parole di Madre Teresa di Calcutta:

«Quello che noi facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno.»

Grazie sempre per il vostro tempo e per la fedeltà con cui mi leggete. Mi fa sempre un enorme piacere ricevere i vostri pensieri e confrontarmi con voi: vi invito a scrivermi e a rispondere a questo post alla mia mail marcorizzonato@outlook.it.

Al prossimo articolo!

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