09 luglio 2026

LA SPESA MILITARE E LE VERE PRIORITA' DELL'ITALIA: LETTERA APERTA ALL PREMIER MELONI

 

Cari lettori,

voglio iniziare questa mia riflessione citando uno dei pilastri fondamentali della nostra Costituzione, l’Articolo 11:

«L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.»

Parole limpide, scritte da chi ha visto le macerie del nostro Paese. Eppure, oggi sento il bisogno di rivolgermi direttamente a Lei, Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e a tutti gli alleati che sostengono la sua maggioranza.

Se l'Italia ripudia fermamente la guerra, mi spiega, Presidente, perché stiamo assistendo a una continua e vertiginosa accelerazione della spesa militare, accettando persino i nuovi e sconsiderati obiettivi internazionali che vorrebbero spingere i fondi per difesa e sicurezza verso l'astronomica quota del 5% del PIL nei prossimi anni?

Mi scusi, ma Lei decide a nome di tutto il popolo italiano senza aver mai chiesto ai cittadini cosa ne pensino davvero di questa corsa al riarmo. So perfettamente che molto probabilmente non leggerà mai queste mie righe, ma se dovesse chiedere a me cosa ne penso, Le direi che quelle enormi risorse andrebbero investite altrove. Quel denaro va investito nella sanità pubblica, che sta crollando, nella scuola, e in tutto ciò di cui l'Italia ha disperatamente bisogno per fiorire.

Perché buttare via miliardi di euro in armamenti che semineranno soltanto morte e dolore, alimentando i conflitti con armi che partono anche dal nostro territorio? Come diceva un uomo che ha vissuto sul campo gli orrori dei conflitti, il fondatore di Emergency Gino Strada:

«La guerra è una scelta, non un destino. E le armi non servono a difendere la pace, servono solo a fare la guerra.»

Non ci sono bastate due guerre mondiali sul nostro suolo per farci capire che i conflitti portano solo sofferenza e distruzione per i civili? Anche Papa Francesco ha più volte ribadito questo concetto con parole che dovrebbero far riflettere:

«La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un'impostazione diversa, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato, non facendo vedere i denti.»

Le chiedo, Presidente – dato che Lei rimarca spesso l'importanza dei suoi valori cristiani – di farsi un profondo esame di coscienza. Dimostri la coerenza di questi valori facendo una scelta coraggiosa per la pace e non per la guerra. La vera forza di una nazione non si misura dal numero dei suoi carri armati, ma dal benessere e dalla cura dei suoi cittadini. Vorrei ricordarle le parole di un indimenticato Presidente della Repubblica, Sandro Pertini:

«Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte, e si colmino i granai, sorgenti di vita per milioni di creature che lottano contro la fame.»

Grazie, cari lettori, per avermi letto fin qui.

Cosa ne pensate di questa gestione delle spese pubbliche? Siete d'accordo sul fatto che l'Italia dovrebbe investire di più nei servizi sociali invece che negli armamenti? Lasciate un commento qui sotto per raccontarmi la vostra opinione.

Alla prossima!

QUANDO L'AMICIZIA DIVENTA SENSO UNICO: CORAGGIO DI VOLTARE PAGINA


Cari lettori,

alla mia veneranda età si potrebbe pensare che io abbia ormai capito come gira il mondo e che non debba più pormi determinate domande. A questo punto della vita si dovrebbe agire, forti dell'esperienza, eppure di recente mi sono trovato a riflettere profondamente davanti ad alcuni comportamenti che mi hanno spiazzato. Mi sono guardato dentro e mi sono chiesto, con una punta di amarezza: che cos'è davvero l'amicizia?

Già Socrate, camminando per le strade di Atene, diceva di non sapere come si acquistasse un amico, ma ammetteva che possedere un amico sincero valesse più di qualsiasi tesoro del re di Persia. Eppure, questo sentimento così prezioso, esattamente come l'amore, non può e non deve essere vissuto a senso unico. È un legame che richiede una strada a doppio senso, fatta di ascolto e di scambio reciproco. Quando questo equilibrio si spezza e ti rendi conto di essere l'unico a investire tempo, energie e cuore, mentre dall'altra parte c'è chi si limita a ricevere comodamente, il dubbio diventa inevitabile.

Troppo spesso mi sono trovato nella scomoda posizione di essere quello che fa sempre il primo passo. Dall'altra parte, il silenzio; o meglio, venivo cercato solo nel momento del bisogno, che fosse per un aiuto pratico o per trovare una spalla su cui sfogarsi. Questo è puro opportunismo. Platone, nel suo Liside, scriveva che "chi ama, non è amico di chi non lo riama". Il filosofo ci ricordava che l'amicizia non può essere utilitaristica: non si può chiamare "amico" chi ti usa come un mezzo per raggiungere i propri scopi o per colmare i propri vuoti. L'amicizia è un bene in sé, non uno strumento di convenienza.

Quando gli anni passano e il bagaglio delle esperienze si fa pesante, si impara anche a guardare la realtà senza filtri. Si capisce che il tempo rimasto è troppo prezioso per essere sprecato con chi ci considera solo una comoda opzione. Arriva un momento in cui dire "basta" non è un atto di rabbia, ma di dignità. Bisogna avere il coraggio profondo di fare una scelta drastica: continuare a farsi ferire da dinamiche a senso unico o voltare definitivamente pagina per iniziare a scrivere un capitolo nuovo. Un capitolo in cui fare spazio solo a chi dimostra, con i fatti, di sapere cosa significhi "esserci".

Che ne dite, cari amici? Vi è mai capitato di sentirvi così in un'amicizia? Vi siete mai accorti che l'altro cercava solo l'utilità e non il vostro bene?

Vi auguro una buona lettura e, se vi va, lasciate un commento qui sotto per condividere la vostra storia.

Alla prossima!

03 luglio 2026

LA RABBIA E' UNA SCELTA: COME PROTEGGERE LA NOSTRA PACE INTERIORE



Carissimi lettori,

oggi voglio parlarvi di un tema con cui ci scontriamo ogni singolo giorno sul cammino della nostra vita: la rabbia. È un'emozione che spesso ci portiamo dentro, o che leggiamo chiaramente sul volto delle persone che incontriamo per strada.

Ma vi siete mai fermati a pensare che la rabbia è il peggior nemico del nostro corpo? Portarla dentro di noi, covarla giorno dopo giorno, significa avvelenare il nostro organismo. La scienza stessa ci conferma che lo stress cronico causato dai sentimenti di rancore può, nel tempo, dare origine a patologie fisiche anche gravi. La rabbia ci logora da dentro.

Ma da dove nasce?

Di solito esplode quando ci sentiamo ostacolati nel raggiungimento dei nostri obiettivi, o quando qualcuno ferisce i nostri sentimenti più profondi e genuini. Oggi, purtroppo, basta guardarsi intorno: incrociamo sguardi carichi di tensione, persone visibilmente arrabbiate a cui basta una scintilla minima per "incazzarsi di brutto", fino ad arrivare, nei casi più tristi, alle mani.

Perché queste persone non riescono a liberarsi da questo peso?

La verità è che ognuno di noi sceglie – consapevolmente o meno – cosa coltivare nella propria vita. Io scelgo di vivere in pace, perché sento il bisogno vitale di un sentimento che mi faccia stare bene e mi dia serenità. Altre persone, invece, scelgono la rabbia. Ci si rifugiano dentro, la usano come uno scudo o, peggio, come una scusa per giustificare le loro azioni violente. Ogni essere umano finisce per nutrire ciò di cui crede di aver bisogno.

Una domanda per voi

Vi lascio con una riflessione: è meglio vivere in pace con se stessi e con gli altri, oppure passare la vita incazzati con se stessi e con il resto del mondo?

Capite che, alla fine dei conti, è solo una questione di scelta. La responsabilità è esclusivamente nostra. Se vogliamo stare bene, dobbiamo avere il coraggio di scegliere la pace ogni giorno, anche quando tutto intorno rema contro.

Non permettiamo alla rabbia di uccidere il bello che custodiamo dentro di noi. Scegliamo di coltivare la pace, per il nostro bene e per quello di chi ci circonda.

Alla prossima, e grazie di cuore per avermi letto.

02 luglio 2026

L'INVIDIA CHE DISTRUGGE I TALENTI: COME TRASFORMARLA IN VALORE



Cari lettori, oggi vorrei parlarvi di un tema delicato ma cruciale: l'invidia.

L'invidia è un sentimento che fa male, prima di tutto a chi lo prova. Sarà capitato a ognuno di noi di provarla, oppure di subirla da parte di altre persone. Ma invidiare la vita o i successi altrui è un veleno per l'anima.

Facciamo qualche esempio pratico. Quante volte abbiamo desiderato essere attraenti come alcune persone che conosciamo? O quante volte abbiamo sognato un patrimonio finanziario che — presumiamo — ci darebbe più serenità? L'invidia nasce proprio così: nel momento in cui desideriamo qualcosa che non abbiamo, sia essa materiale o immateriale. Se non sappiamo gestirla, rischia di sfociare in rabbia, ferendo chi ci sta intorno.

L'invidia dove non te l'aspetti: i talenti nascosti

Personalmente, posso dire di aver vissuto questa dinamica in contesti dove l'invidia non dovrebbe proprio esistere: le comunità religiose.

A questo proposito, vorrei richiamare la celebre parabola dei talenti del Vangelo. Gesù racconta di un servo che, invece di far fruttare i talenti ricevuti, decide di nasconderli sotto terra per paura. Nella vita reale, quei talenti e quei doni generano spesso l'invidia nelle persone non ancora mature, incapaci di gioire per ciò che tu porti avanti ogni giorno con impegno.

Ma io mi chiedo: a cosa serve essere invidiosi? Ti cambia in meglio o in peggio?

Immaginiamo, per assurdo, un "eroe" che decida a tutti i costi di appropriarsi dell'oggetto della sua invidia. Costui metterebbe in atto una vera e propria guerra, disposto persino a distruggere (anche solo metaforicamente) colui che ha scatenato quel sentimento, pur di ottenere ciò che brama. L'invidia va curata e gestita, altrimenti rende le persone cattive, creando intorno a loro il vuoto assoluto.

Come si cura questa ferita?

Ho visto, purtroppo, persone meravigliose e con doni fantastici venire distrutte e "mandate in esilio" solo perché la loro ricchezza interiore dava fastidio a chi non la possedeva.

Come se ne esce? La cura parte dal parlarne con qualcuno di fidato, che possa aiutarci a uscire da quell'inferno in cui siamo stati risucchiati.

Non siamo invidiosi, non serve a nulla. Ognuno di noi porta dentro di sé un valore unico da donare agli altri, e questo valore è speciale proprio perché siamo tutti diversi. Se incontriamo una persona invidiosa, non giudichiamola: proviamo ad aiutarla a guarire da questa sofferenza.

Alla prossima e grazie di cuore per avermi letto.

01 luglio 2026

LA DELUSIONE NON E' UNA SCONFITTA, MA UN INSEGNAMENTO


Cari lettori,

oggi voglio parlarvi di un tema che prima o poi tocca ognuno di noi: la delusione.

Quante volte vi è capitato di rimanere delusi da persone a cui volevate bene, convinti che il sentimento fosse riciproco, per poi vederle sparire nel nulla proprio nel momento del bisogno? Io, purtroppo, questa esperienza l’ho vissuta tante volte.

Nella mia vita ho sempre cercato di aiutare gli altri. I miei genitori mi hanno insegnato l'importanza di farmi prossimo, di esserci per chi soffre o si trova in difficoltà. Per molti anni la mia strada mi ha portato a essere un dono per il prossimo; eppure, quando le mie scelte mi hanno condotto su un percorso diverso e sono stato io a trovarmi nel bisogno, molti sono spariti. Nel nulla. Come se non fossi mai esistito.

Fortunatamente non tutto va perduto: le persone vere, quelle che mi vogliono bene ancora oggi, sono rimaste al mio fianco.

Una selezione naturale

Ho capito che la delusione non è una sconfitta, ma un grande insegnamento. Ci insegna a fare selezione, a scegliere con cura chi vogliamo che faccia davvero parte del nostro cammino. Tutto il resto può prendere un treno… senza biglietto di ritorno.

Certamente fa male al cuore. Fa male perché non ti aspetti che certe persone, da un giorno all'altro, voltino pagina dimenticandosi di chi sei e di cosa hai fatto per loro. Io non auguro a nessuno il male che ho ricevuto, ma spero sinceramente che queste persone possano incontrare qualcuno che, nel momento del bisogno, volti loro le spalle. Non per vendetta, ma perché solo attraverso l'esperienza personale si può comprendere davvero la portata del dolore che si è causato agli altri.

Un'esperienza universale

Persino Gesù fu deluso dai suoi stessi discepoli, che nel momento più buio gli voltarono le spalle e scapparono per paura.

Durante il nostro cammino su questa terra dobbiamo mettere in conto che, prima o poi, verremo delusi. Ma è proprio da lì che impariamo la lezione più importante: non bisogna aprire la porta del nostro cuore a chiunque.

Alla prossima. Grazie di cuore per avermi letto.

18 giugno 2026

IL LATO OSCURO DEI SOCIAL: LA GOGNA MEDIATICA E I LEONI DA TASTIERA

Cari lettori,

fermatevi un momento a pensare a cosa produce, ogni giorno, la gogna mediatica sui social network. Ormai le piattaforme sono popolate da una miriade di profili falsi: persone che non si identificano, che usano nickname anonimi per nascondere la propria reale identità. Il loro unico compito sembra essere quello di attaccare chiunque pubblichi qualcosa, con la presunzione di essere gli unici depositari della verità.

Questi "signori senza nome" sono lo specchio di una piccola fetta della nostra società che non sa come passare il tempo e che, in questo modo, dimostra solo la propria profonda ignoranza.

A questo proposito, voglio citare una frase del Vangelo che tutti dovremmo tenere a mente:

"Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te."

Mi chiedo se a queste persone farebbe piacere essere insultate e denigrate pubblicamente, a tal punto da essere spinte a gesti estremi. Ne parlo perché recentemente ho appreso la notizia della madre di Sempio, che ha tentato il suicidio proprio a causa di questi ignoranti che si permettono di emettere sentenze prima ancora di un tribunale.

L'esperienza in carcere e il peso del giudizio

Dal 2000 porto avanti progetti all'interno delle carceri. Se c'è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato, è che non spetta a me giudicare: è il tribunale che deve farlo, alla luce dei fatti. Io posso solo custodire me stesso e vigilare per non comportarmi come loro.

Purtroppo, la cronaca è piena di casi di ragazzi che, a causa del cyberbullismo sui social, hanno tentato il suicidio. Mi auguro di cuore che queste persone non debbano mai trovarsi a parti invertite, a subire ciò che seminano.

Ricordo ancora quando mi candidai alle elezioni politiche: gli insulti che ricevetti su Facebook da perfetti sconosciuti furono tantissimi. Questo mi ha convinto di una cosa: certe condotte vanno denunciate e a questi individui andrebbe vietato l'accesso a qualsiasi social network esistente al mondo.

Una scelta di campo: coltivare il bene

Per quanto mi riguarda, cari lettori, mi sono preso un impegno concreto: usare i social per trasmettere il bene, non il male. Smettiamola di riempire questo mondo di cattiveria. Non siamo stati creati per distruggerci, ma per far crescere il rispetto e l'amore tra di noi. Chi semina questo odio ingiustificato è un'anomalia del sistema e va totalmente emarginato da una società che vuole davvero fare il bene.

Grazie per avermi letto. Alla prossima!

Marco

13 giugno 2026

DOVE STA ANDANDO L'UMANITA'? RIFLESSIONI SUL DOLORE E SULLA PACE

 


Cari lettori,

tante volte mi stupisco della fantasia – e purtroppo della crudeltà – umana. Non dovrei, essendo ormai di una certa età. Eppure continuo a guardare questo mondo, spesso privo di rispetto per chiunque, con profondo sconcerto.

Pochi giorni fa, il 5 giugno, un bambino di soli sette mesi è stato ucciso dall'esercito israeliano in Cisgiordania. Il racconto del padre dice che si erano fermati al posto di blocco; la versione dell'esercito, invece, sostiene che l'auto avesse accelerato. Il risultato, tragico e immutabile, è che hanno sparato, colpendo a morte il bambino.

Mi chiedo: dove sta andando questa umanità? Non si può continuamente tacere davanti a simili fatti.

L'immobilismo della politica e i giochi di potere

I politici non fanno nulla perché, dietro a tutto questo, si muovono i fili dei poteri economici. Si susseguono riunioni su riunioni, vertici su vertici, senza mai arrivare a una conclusione concreta o a una presa di posizione netta. Basta guardare l'Italia: un panorama politico che osserva da lontano, senza esprimere un fermo rifiuto di fronte a questi orrori.

Mi domando spesso: se fosse il figlio di uno di questi potenti – di coloro che decidono della vita e della morte degli esseri umani – a subire una simile sorte, ne sarebbero felici? Non oso nemmeno immaginare la sofferenza straziante di quei genitori che vedono uccidere il proprio figlio sotto i loro occhi.

La terra di Gesù e l'illusione della "cosa giusta"

Parliamo della terra dove Gesù è nato ed è stato ucciso, da chi pensava, allora come oggi, di fare la cosa giusta. È proprio questo il nocciolo di tutto: l'illusione di agire per il bene. Si pensa di fare la cosa giusta eliminando i terroristi, ma nel frattempo muoiono migliaia e migliaia di civili innocenti.

Come si può andare a dormire la sera senza pensare che le proprie mani sono sporche di sangue?

Il Vangelo dice: "Fate agli altri quello che vorreste fosse fatto a voi". Coloro che decidono di fare la guerra e di uccidere, sarebbero d'accordo se venisse fatto a loro lo stesso trattamento? Se non coltiviamo semi di pace nel nostro cuore, continueremo a distruggere la nostra stessa umanità, convinti paradossalmente di fare del bene.

Scegliere il bene, ogni giorno

C'è troppa cattiveria in questo mondo, e a volte sembra schiacciare quel poco di buono che tanti esseri umani, ogni giorno, si impegnano a vivere. Cosa porta questa cattiveria? Solo tristezza, sofferenza e odio.

Noi siamo nati per amare, non per uccidere. Per questo vi invito a continuare, ogni giorno, nel nostro piccolo, a seminare il bene. Sarà anche solo una goccia nel mare, ma non dobbiamo smettere mai. Altrimenti, il male vincerà.

Grazie per avermi letto. Alla prossima.

10 giugno 2026

IL PREZZO NASCOSTO NEL NOSTRO CARRELLO: UNA RIFLESSIONE SUL CAPORALATO

Cari lettori,

vi è capitato di pensare, in questi giorni, al tema del caporalato di cui si parla così tanto? Avrete sicuramente sentito i recenti fatti di cronaca: da Milano a Reggio Calabria, assistiamo a barbarie inaccettabili contro persone sfruttate e non pagate.

Di fronte a tutto questo, mi chiedo come facciano i proprietari terrieri ad andare a dormire la sera, sapendo di non essere stati giusti e onesti. Il guadagno disonesto non può avere vita lunga.

Il nodo dei controlli: mancano i fondi o la volontà?

Ascoltando i giornali radio in questi giorni, emerge spesso che i controlli vengono fatti, ma che manca il personale ispettivo. E qui sorge spontanea una domanda: com'è possibile che non ci siano abbastanza risorse per verifiche così importanti? Mancano i soldi? Per una situazione di tale gravità, credo che i fondi debbano essere trovati. Sappiamo benissimo che lo sfruttamento della manodopera è una realtà radicata, sia nelle campagne che nelle aziende.

Quella spesa al supermercato che ci rende complici

Questo pensiero mi accompagna anche quando vado al supermercato. Mi fermo a guardare la frutta e la verdura e rifletto sul fatto che, spesso, quel prodotto costa poco solo perché chi lo ha raccolto non è stato pagato dignitosamente. Da tempo sostengo che chi coltiva la terra debba ricevere il giusto compenso, senza essere sottopagato.

Ciò mi ha portato a una dura consapevolezza: rischiamo di essere complici di questo sistema ogni volta che acquistiamo alimenti frutti dello sfruttamento.

Cosa possiamo fare concretamente?

Qualcuno potrebbe giustamente chiedermi: “Ma come si fa ad avere la certezza di cosa stiamo acquistando?”. Le alternative ci sono:

  • Acquistare direttamente dalle aziende agricole locali, dove è possibile vedere con i propri occhi come stanno le cose.

  • Scegliere catene di supermercati che garantiscono filiere etiche e trasparenti (e spesso lo si capisce anche da un prezzo più equo e realistico).

Noi consumatori abbiamo un grande potere: possiamo fare la differenza attraverso le nostre scelte quotidiane. Fare la scelta giusta non fa bene solo a noi stessi, ma assicura il benessere e la dignità degli altri.

Per questo motivo, da qualche mese ho scelto di investire nel cibo: non solo per la mia salute, ma per sostenere attivamente chi si impegna ogni giorno a produrre qualcosa di buono e pulito.

E voi cosa ne pensate? Siete attenti alla provenienza di ciò che mettete nel carrello?

Alla prossima, e grazie per avermi letto!

03 giugno 2026

IL GREMBIULE DELLA POLITICA: PERCHE' HO DECISO DI NON RICANDIDARMI



Carissimi lettori,

vi siete mai chiesti perché, quando ci sono le elezioni politiche, registriamo un astensionismo così alto? Una percentuale che ormai supera stabilmente il 50%. Cosa ne pensate, oggi, della politica?

Nel 2021 ho accettato di candidarmi per il Consiglio Comunale di Torino e per il Consiglio della Circoscrizione 2. Ero entrato a far parte di una lista civica perché credevo che, mettendomi in gioco, avrei avuto la possibilità di fare del bene. Il prossimo anno scadrà il mio mandato e ho deciso che non mi candiderò più. Questi anni, trascorsi tra commissioni e consigli, sono stati per me fonte di grande sofferenza. Questa non è la politica che avevo in testa.

Vorrei spiegarvi qual è la mia idea di politico, e per farlo parto da una citazione di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta. Un uomo che considero un santo, uno di quegli esseri umani che, quando li incontri, emanano l'amore di Dio anche senza parlare. Lui diceva che chi ricopre un incarico istituzionale dovrebbe "mettersi il grembiule" e chinarsi per lavare i piedi al prossimo.

L'umiltà e la dignità: i due pilastri traditi

In questa immagine vedo due aspetti fondamentali:

  • Il chinarsi: è un atto di profonda umiltà. Attenzione, perché l'umiltà indica la vera grandezza di una persona. Significa non guardare l'altro dall'alto in basso, ma dal basso verso l'alto — proprio come guardiamo i poveri seduti per strada quando chiedono l'elemosina.

  • Il lavare i piedi: nel concetto cristiano, questo gesto significa farsi prossimo per restituire dignità all'altro.

Per me, chiunque entri in politica dovrebbe incarnare queste due dimensioni: l'umiltà e lo spirito di servizio.

Ritenete che oggi, all'interno delle istituzioni, ci siano soggetti che vivono la politica in questo modo?

La risposta, come si suol dire, si vede dai frutti: l'albero buono si riconosce da ciò che produce. La verità la troviamo nelle azioni, che non dovrebbero mai essere fini a se stesse, ma rivolte agli ultimi, a coloro che hanno davvero bisogno di aiuto.

L'arte di saper ascoltare

E poi c'è il tema dell'ascolto. Guardate le immagini che arrivano dalla Camera e dal Senato: vi sembrano persone che sanno ascoltare? Qualcuno ci sarà sicuramente, ma la maggior parte non ne è capace, perché ascoltare significa mettersi in discussione. Fare politica richiede tempo, ma richiede soprattutto di essere servi del popolo. Un politico serve non si fa servire. 

Questo è ciò che mi ha messo in crisi in questi anni: guardare dall'interno la realtà che frequentavo ogni giorno e cercare di capire se ci fossero ancora questi valori. Io ero un esordiente, non avevo una lunga storia alle spalle come altri; mi sono ritrovato a camminare da solo, cercando di capire come non essere usato e strumentalizzato per fini personali.

Un invito per il futuro

Se vogliamo una società migliore, dobbiamo avere il coraggio di fare scelte diverse. Come elettori, non dobbiamo scegliere di pancia, ma di testa, premiando chi sa ancora mettersi in ginocchio per servire il popolo.

Cosa ne pensate? Vi siete mai sentiti delusi dalla politica al punto da non andare a votare, o credete ci sia ancora speranza? Scrivetelo nei commenti.

Alla prossima, e grazie di avermi letto.

01 giugno 2026

COSA SIGNIFICA DAVVERO "ESSERE CONSAPEVOLI"? UNA RIFLESSIONE OLTRE LA CRONACA

 



Cari lettori, oggi voglio parlarvi del tema della consapevolezza.

Ci siamo mai chiesti che cosa significhi davvero essere consapevoli? Se cerchiamo in rete questa parola, la definizione ufficiale ci dice che:

"La consapevolezza è la capacità di percepire, sentire o sapere qualcosa che sta accadendo dentro o intorno a noi. È la presa di coscienza di sé, degli altri e dell’ambiente circostante, che ci permette di agire in modo intenzionale e responsabile."

In poche parole, è la percezione di ciò che sentiamo, utile a orientare le nostre azioni di fronte agli eventi della vita. Provate a pensare, ciascuno di voi: quante volte avete avuto la piena consapevolezza della realtà?

Facciamo un esempio concreto. Vi trovate per strada e assistete a un incidente; in quel preciso istante, percepite immediatamente se la situazione è grave oppure no. Questa percezione non arriva solo dal nostro cervello, ma è profondamente legata alla nostra esperienza di vita e a chi ci ha educati a distinguere il bene dal male, il pericolo dalla sicurezza.

Quando la consapevolezza si perde: il dramma della cronaca

Perché vi faccio questo discorso? Perché troppo spesso ascoltiamo alla radio o in televisione notizie che ci sconvolgono. Penso, ad esempio, alla tragedia della bambina di soli due anni morta a causa delle torture dei genitori, entrambi tossicodipendenti. Vi chiedo: queste due persone avevano la consapevolezza di ciò che stavano facendo?

Certamente no. Non potevano averla, perché la loro percezione della realtà era completamente alterata — sia dal loro vissuto personale, sia dalle sostanze che assumevano. E qui sorge spontanea una domanda: si possono lasciare dei figli in mano a genitori in queste condizioni? La risposta è un "no" assoluto.

I nodi al pettine: i Servizi Sociali e la burocrazia

Ma la riflessione deve andare oltre. Viene da chiedersi: dove erano i servizi sociali? Dai notiziari è emerso che c'era già stata una segnalazione. Com'è possibile che nessuno si sia accorto in tempo della situazione in cui vivevano quei bambini?

Questo dramma mette a nudo i limiti del sistema italiano dei servizi sociali. Un sistema tutt'altro che impeccabile, in cui spesso si interviene solo dopo che è accaduto l'irreparabile. Quando le persone vengono trattate come semplici "fascicoli" e non come esseri umani, il rischio è che quella carta rimanga ferma su un tavolo, sepolta da altre priorità.

Il problema, lo sappiamo, è anche la cronica carenza di personale. Non si investe abbastanza in questo settore. Si preferisce, a livello globale, finanziare le armi e i conflitti — che si traducono in una fabbrica di soldi — piuttosto che investire nel sociale, una realtà in cui lo Stato deve spendere senza un ritorno economico immediato, se non il benessere dei propri cittadini.

Un appello alla politica (e un esame di coscienza)

Qui mi rivolgo direttamente al mondo politico, di cui purtroppo — o per fortuna — farò parte ancora per poco. Quanto investe davvero la politica in queste tutele, e quanto in altro?

Credo che la classe politica dovrebbe fare un profondo esame di coscienza (e forse persino un "pellegrinaggio purificatore") per non aver preso a cuore queste problematiche con la dovuta urgenza. È fin troppo facile fare commenti di circostanza a tragedia avvenuta, per poi dimenticarsene il giorno dopo.

La concretezza, invece, è l'unico vero segno di un impegno di servizio verso i cittadini.

Alla prossima e grazie, come sempre, per avermi letto.

27 maggio 2026

IL PERDONO CHE GUARISCE: LA BELLISSIMA LETTERA DI DAVIDE SIMONE CAVALLO AI SUOI AGGRESSORI

 


Cari lettori, la settimana scorsa vi avevo raccontato la storia di Davide Simone Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente ferito dopo essere stato accoltellato da un gruppo di coetanei una sera di qualche tempo fa. Un'aggressione brutale che, purtroppo, gli ha provocato non pochi e seri problemi di salute.

Oggi torniamo a parlare di lui perché Davide ha compiuto un gesto straordinario: in tribunale, durante il processo, ha teso le braccia e ha abbracciato i suoi aggressori.

Un gesto che lascia senza parole e che ci spinge a riflettere profondamente sul valore immenso che questo ragazzo sta comunicando ai suoi coetanei e a tutti noi. Non c'è rabbia nelle sue parole, ma una grandissima lezione di vita.

Davide ha voluto mettere nero su bianco i suoi pensieri in una bellissima lettera. Per questioni di diritti editoriali e di stampa non posso pubblicare il testo nella sua interezza, ma ci tenevo a condividere con voi alcuni dei passaggi più toccanti ed evocativi. Sono solo stralci perché io non posso pubblicare per intero la lettera. Al termine dell'articolo vi metterò il link per poterla leggere. 

A volte ancora la sento, la coltellata. All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui. Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so. La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano. Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere amico. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi. E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare. Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.
Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi. Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, L’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita. Grazie alla luce.

Leggi la lettera integrale

Come vi anticipavo, non è possibile riportare tutto il documento in questa pagina. Vi invito però a non perdere nemmeno una parola di questa storia: trovate gli ampi stralci e il testo completo direttamente sul sito partner.

👉«Ho quasi perso le gambe, non la voglia di vivere. Ai ragazzi che mi hanno accoltellato dico: non siete perduti» (avvenire.it)

Alla prossima. 

21 maggio 2026

UN ABBRACCIO DI RINASCITA









Cari lettori,
oggi vorrei raccontarvi una storia che va oltre la semplice cronaca, una storia che ci parla di Davide Simone Cavallo. Il 12 ottobre del 2025 fu vittima di un grave pestaggio da parte di 5 ragazzi che volevano rubargli 50 euro. L'aggressione, culminata con un accoltellamento, gli ha procurato lesioni permanenti.
Uno dei suoi aggressori, Alessandro Chiani, è stato condannato con rito abbreviato a 20 anni di carcere. Ma il momento che voglio sottolineare è avvenuto in aula. Prima della camera di consiglio, Davide si è avvicinato ai suoi due imputati e ha chiesto al giudice di potersi avvicinare per abbracciarli. I tre hanno parlato a lungo, e anche se non sappiamo cosa si siano detti, voglio fermarmi su quel gesto: Davide li ha abbracciati e ha parlato con loro prima ancora che la condanna venisse emessa. Ragazzi della sua stessa età, o più piccoli.
Devo ammettere che questo gesto mi ha profondamente colpito. Dopo essere stato ferito e aver subito un male così grave per soli 50 euro, tu vai e li abbracci. Vorrei che questo esempio arrivasse a tanti leader politici che oggi pensano di risolvere i problemi con la guerra e la violenza, uccidendo migliaia di persone. Davide ha messo da parte il rancore e la rabbia, facendo capire a quei due ragazzi che la vita non è odio e violenza, ma avere il coraggio di ripartire.
Grazie Davide, per la tua meravigliosa testimonianza di rinascita. I giornali spesso non riportano la verità, o come si suol dire, "fa più rumore un albero che cade che uno che cresce". Ma con quel gesto hai seminato nel cuore di quei ragazzi l'idea che la vita può cambiare e che dipende da noi. Spero che tanti ragazzi seguano il tuo esempio, compiendo gesti d'amore per cambiare questo mondo marcio di odio.
Alla prossima Marco. 

15 maggio 2026

L'aborto dell'umanità: quando il dolore supera il confine delle stanze del potere

 




Cari lettori, qualche sera fa, guardando un servizio in televisione, i miei occhi si sono fermati su un’immagine che non mi darà pace per molto tempo: un padre che stringeva tra le braccia il corpo senza vita di suo figlio, vittima dei bombardamenti.

Quell'uomo non urlava; aveva gli occhi lucidi e lo sguardo perso, mentre teneva stretto a sé ciò che restava del frutto di un amore immenso. In quel momento, nel silenzio della mia stanza, ho compreso una verità brutale: la guerra è il fallimento dell'umanità.

La distanza tra il potere e il dolore

Mi chiedo, con una rabbia intrisa di profonda tristezza: come possiamo permettere che pochi individui, protetti al sicuro nelle loro stanze, decidano di spezzare migliaia di vite in nome di un ideale o di un confine?

Chi decide le sorti dei conflitti sembra non percepire minimamente il peso dell’agonia che sta per generare. Spesso, noi stessi non riusciamo nemmeno a immaginare l'abisso in cui sprofonda chi perde tutto sotto le macerie. La guerra non è una strategia politica; è carne che si lacera, è il futuro che viene sepolto prima ancora di nascere.

Il cambiamento parte dal "piccolo"

Se vogliamo che questo massacro finisca, non possiamo aspettare che la soluzione arrivi dagli stessi uffici in cui si firmano le dichiarazioni di guerra. Il cambiamento deve iniziare da noi, nella nostra quotidianità.

Dobbiamo chiederci:

  • Come gestiamo il conflitto nelle nostre vite?

  • Siamo davvero capaci di empatia verso chi è diverso da noi?

  • Sappiamo ancora riconoscere la sacralità della vita?

Solo rigenerando il nostro modo di stare al mondo, con gentilezza e rispetto, potremo sperare di dare vita a una realtà nuova, dove l'abbraccio di un padre non sia più l'estremo saluto a un figlio, ma una promessa di futuro.

Vi auguro una giornata di riflessione e di pace.

03 maggio 2026

Il corpo e la mente non si ammalano separatamente




Cliccando nel link qui sotto potete chiedermi la parte audio da ascoltare. Cliccando sul link mi verrà richiesto di autorizzarvi abbiate solo un attimo di pazienza, altrimenti inviatemi un messaggio personale e vi invierò direttamente l'audio. Tutto questo perché è un problema tecnico caricare l'audio sul blog. Grazie della pazienza Marco. Ecco il link: 

https://drive.google.com/file/d/12BOl9nqMXlFUSz9_kL_m0myoG8grfVCb/view?usp=drive_link


"Il corpo e la mente non si ammalano separatamente, così come nel paziente non si ammalano solo il suo stomaco, fegato, polmone o cuore, ma si ammala tutto il suo essere unitariamente..."

Cari lettori, nella mia ultima riflessione vi ho parlato dell'importanza del "terreno". Oggi voglio approfondire questo concetto partendo dalle parole di Tomás Pablo Paschero, uno dei più grandi maestri dell'omeopatia mondiale insieme a Hahnemann.

Noi siamo un'unità, non un insieme di "pezzi"

La riflessione di Paschero è profonda e attualissima: quando ci ammaliamo, non è mai un singolo organo a soffrire isolatamente. Che si tratti del cuore, del fegato o dei reni, quel sintomo è solo l'evidenza locale di un malessere che coinvolge tutto il nostro essere. Siamo un’unità indissolubile, non un assemblaggio di parti separate.

Purtroppo, la medicina moderna tende spesso alla frammentazione. Mentre un tempo il medico di base aveva una visione d'insieme grazie alla visita clinica, oggi veniamo spesso inviati da uno specialista all'altro. Questo approccio rischia di "lottizzare" il nostro corpo, perdendo di vista il nucleo profondo in cui corpo e psiche si fondono.

La cura del "Terreno": Prevenire è meglio che curare

Se immaginiamo il nostro corpo come un terreno agricolo, dobbiamo capire che esso non è diviso in lotti indipendenti. Se la mente soffre, il corpo ne risente, e viceversa. Per questo, davanti a un sintomo, non possiamo limitarci a "spegnerlo", ma dobbiamo interrogarci su cosa ci sia realmente dietro.

La vera sfida, però, è la cura del terreno prima che compaia la patologia. Dobbiamo evitare che questo terreno venga inquinato. Fermiamoci un istante a riflettere su ciò che immettiamo nel nostro organismo ogni giorno:

  • L'aria che respiriamo: Vi siete mai chiesti quale sia la qualità dell'ossigeno che alimenta le nostre cellule a ogni respiro?

  • Il cibo che mangiamo: Siamo consapevoli di ciò che acquistiamo? Spesso le grandi industrie ci offrono prodotti ultra-processati senza curarsi dell'impatto a lungo termine sulla nostra salute.

Investire su se stessi: una scelta di consapevolezza

Il nostro terreno viene messo alla prova quotidianamente. Su alcuni fattori ambientali non abbiamo controllo, ma su molti altri la scelta dipende da noi.

Vogliamoci bene e investiamo oggi sulla nostra salute. È un atto di responsabilità: se trascuriamo il nostro terreno adesso, prima o poi il corpo ci presenterà il conto. Prendersi cura di sé non è un lusso, è un atto di amore quotidiano verso la vita stessa.


Ti sei mai fermato a riflettere su quale parte del tuo "terreno" ha più bisogno di cure in questo momento? Raccontamelo nei commenti.

Note e Bibliografia

¹ Tomás Pablo Paschero - dalle sue lezioni presso la LUIMO. Tratto da: “Adele Alma Rodriguez - Una vita per l’omeopatia”, a cura di Carlo Melodia, Ed. CeMON Napoli, 2023.




Il coraggio di parlare e la cura di sé: siamo "terreni" preziosi

 

Cari lettori e amici,

capita spesso di fermarmi a riflettere su questa vita che, ogni giorno, ci riserva meraviglie e dolori profondi. Non so se succeda anche a voi: ascoltate un radiogiornale, guardate il TG o sfogliate un quotidiano e, alla fine, vi sentite smarriti. Io mi ritrovo con tante domande, cercando di dare un senso a certi comportamenti umani che sembrano non averne.

Quando leggiamo di tragedie familiari o di gesti estremi, pensate alla madre che si getta con i suoi bambini, al femminicidio. La domanda sorge spontanea: cosa accade nella mente di una persona per spingerla a tanto?

Questi fatti ci ricordano quanto siamo fragili e quanto abbiamo bisogno di cure, specialmente nei momenti bui. Troppo spesso teniamo dentro il dolore o una difficoltà, senza il coraggio di confidarci con un amico o con chi amiamo. Ma siamo nati per comunicare, non per tacere. Il silenzio è prezioso, ma il "tacere" è un peso che ci logora. Dobbiamo trovare il coraggio di esprimere il nostro disagio e cercare insieme una soluzione per tornare a stare bene.

La mia ricerca di benessere mi ha portato lontano. Dal 1997 ho scelto di curarmi con l’omeopatia: dopo vent'anni di cortisone e antistaminici per una grave allergia, il mio fegato era allo stremo e senza risultati. Decisi di parlarne con una persona che mi consigliò questo nuovo percorso. In questi trent'anni di cura omeopatica, ho scoperto il concetto del "terreno".

Noi siamo come un terreno di cui dobbiamo prenderci cura costantemente. Ma di questo vi parlerò nel prossimo post.

Grazie per avermi letto.


Oltre lo schermo: Riflessioni sul dolore, la guerra e il grido di Gerusalemme

  Cari lettori, oggi sono stato al cinema per vedere un documentario — intitolato Naza — che scava nel cuore oscuro dei meccanismi con cui ...