Cari lettori, oggi voglio parlarvi del tema della consapevolezza.
Ci siamo mai chiesti che cosa significhi davvero essere consapevoli? Se cerchiamo in rete questa parola, la definizione ufficiale ci dice che:
"La consapevolezza è la capacità di percepire, sentire o sapere qualcosa che sta accadendo dentro o intorno a noi. È la presa di coscienza di sé, degli altri e dell’ambiente circostante, che ci permette di agire in modo intenzionale e responsabile."
In poche parole, è la percezione di ciò che sentiamo, utile a orientare le nostre azioni di fronte agli eventi della vita. Provate a pensare, ciascuno di voi: quante volte avete avuto la piena consapevolezza della realtà?
Facciamo un esempio concreto. Vi trovate per strada e assistete a un incidente; in quel preciso istante, percepite immediatamente se la situazione è grave oppure no. Questa percezione non arriva solo dal nostro cervello, ma è profondamente legata alla nostra esperienza di vita e a chi ci ha educati a distinguere il bene dal male, il pericolo dalla sicurezza.
Quando la consapevolezza si perde: il dramma della cronaca
Perché vi faccio questo discorso? Perché troppo spesso ascoltiamo alla radio o in televisione notizie che ci sconvolgono. Penso, ad esempio, alla tragedia della bambina di soli due anni morta a causa delle torture dei genitori, entrambi tossicodipendenti. Vi chiedo: queste due persone avevano la consapevolezza di ciò che stavano facendo?
Certamente no. Non potevano averla, perché la loro percezione della realtà era completamente alterata — sia dal loro vissuto personale, sia dalle sostanze che assumevano. E qui sorge spontanea una domanda: si possono lasciare dei figli in mano a genitori in queste condizioni? La risposta è un "no" assoluto.
I nodi al pettine: i Servizi Sociali e la burocrazia
Ma la riflessione deve andare oltre. Viene da chiedersi: dove erano i servizi sociali? Dai notiziari è emerso che c'era già stata una segnalazione. Com'è possibile che nessuno si sia accorto in tempo della situazione in cui vivevano quei bambini?
Questo dramma mette a nudo i limiti del sistema italiano dei servizi sociali. Un sistema tutt'altro che impeccabile, in cui spesso si interviene solo dopo che è accaduto l'irreparabile. Quando le persone vengono trattate come semplici "fascicoli" e non come esseri umani, il rischio è che quella carta rimanga ferma su un tavolo, sepolta da altre priorità.
Il problema, lo sappiamo, è anche la cronica carenza di personale. Non si investe abbastanza in questo settore. Si preferisce, a livello globale, finanziare le armi e i conflitti — che si traducono in una fabbrica di soldi — piuttosto che investire nel sociale, una realtà in cui lo Stato deve spendere senza un ritorno economico immediato, se non il benessere dei propri cittadini.
Un appello alla politica (e un esame di coscienza)
Qui mi rivolgo direttamente al mondo politico, di cui purtroppo — o per fortuna — farò parte ancora per poco. Quanto investe davvero la politica in queste tutele, e quanto in altro?
Credo che la classe politica dovrebbe fare un profondo esame di coscienza (e forse persino un "pellegrinaggio purificatore") per non aver preso a cuore queste problematiche con la dovuta urgenza. È fin troppo facile fare commenti di circostanza a tragedia avvenuta, per poi dimenticarsene il giorno dopo.
La concretezza, invece, è l'unico vero segno di un impegno di servizio verso i cittadini.
Alla prossima e grazie, come sempre, per avermi letto.
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